Crema, 15 giugno 2013 - La lunga ricerca di un figlio porta una coppia davanti al giudice, con la pesante accusa di ratto di minore che comporta la pena massima di 15 anni di reclusione. A farne le spese, un bambino che oggi ha poco meno di due anni. La coppia risiede nel Cremasco e da sempre desidera un figlio. Purtroppo la natura non concede alla donna di diventare madre e i due decidono un estremo tentativo. Hanno sentito parlare della maternità surrogata e si recano a Kiev, in Ucraina, nella sede della società “Ltd Biotexcom Center for Human reproduction goup Reinessance”, dove l’uomo viene sottoposto a una serie di visite. Il responso finale è che lui è a posto e con una fecondazione in vitro se donerà il suo sperma potrà vederlo impiantato in una ragazza ucraina che si presterà a far nascere il bambino. Dopo la nascita, il piccolo sarà registrato a nome del padre e consegnato alla coppia. Tutti i dettagli vengono messi nero su bianco.
La coppia accetta e nel gennaio 2011 torna a Kiev, paga un anticipo di 6mila euro sui 30mila pattuiti e l’impianto viene eseguito. A marzo la clinica comunica che l’intervento è riuscito e la donna attende due gemelli per novembre. La coppia a maggio, su invito della clinica, torna a Kiev per conoscere la mamma surrogata. Assistono perfino a un’ecografia. I cremaschi si mantengono in contatto con clinica e ragazza. Il parto avviene in anticipo, uno dei gemellini muore, l’altro piccolo tornerà in Italia con i «genitori». Terminate le formalità burocratiche, il bambino viene iscritto all’Anagrafe di Kiev come figlio della coppia italiana, nonostante le proteste della moglie, la quale fa presente che non è la madre del piccolo, ma per la legge ucraina è tutto in ordine. I due tornano in Italia con il bambino e si presentano all’Anagrafe comunale con i documenti rilasciati a Kiev: cominciano i guai, il bambino viene tolto alla coppia e affidato a un istituto, mentre i due italiani vengono denunciati. Giovanni Passoni, avvocato della coppia, promette battaglia: «I miei clienti hanno seguito fedelmente quel che la legge ucraina consente loro di fare e, secondo il diritto internazionale, i documenti nei quali il bimbo è figlio dei due italiani devono essere acquisiti».
Una vicenda fotocopia nel Bresciano. Andrà a processo il primo ottobre 2013 la coppia di cinquantenni del Sebino che hanno affittato l’utero di una giovane ucraina (pagata 50mila euro) e poi hanno fatto passare come propri i due gemellini nati a Kiev a maggio 2010. Per l’accusa marito e moglie, nei guai per alterazione di stato civile, avrebbero individuato una clinica ucraina che ha falsificato le cartelle facendo figurare la maternità della bresciana. L’esame del Dna ha però confermato solo il patrimonio genetico del padre. La donna inoltre in un’intercettazione chiederebbe a un amico medico di praticarle un taglio al ventre per simulare un cesareo.
© Riproduzione riservata