REDAZIONE BRESCIA

Maltratta la moglie, bengalese assolto perché “è la sua cultura”: ma la Corte d’appello di Brescia vuole riascoltare la donna

Il caso risale allo scorso anno e fece scalpore a livello nazionale, spingendo un pubblico ministero a modificare la sua versione. I giudici hanno disposto la rinnovazione dibattimentale del processo

Il caso torna in tribunale (foto di repertorio)

Il caso torna in tribunale (foto di repertorio)

Il caso fece scalpore la scorsa estate, guadagnando visibilità nazionale. Un uomo bengalese era stato assolto in primo grado dall’accusa di aver maltrattato la moglie perché, secondo il pubblico ministero che sosteneva l’accusa, quelle forme di violenza sono “un portato della sua cultura”. Adesso però è arrivata la svolta, perché la Corte d’appello di Brescia ha disposto la rinnovazione dibattimentale del processo. L’ex moglie del bengalese e il suo attuale compagno, una Guardia di finanza, saranno quindi riascoltati nell’ambito del processo d’appello. La prima udienza è stata fissata per marzo.

Nelle sue prime conclusioni scritte, il pubblico ministero Antonio Bassolino chiese l’assoluzione non perché “fatto non sussiste” ma perché il “fatto non costituisce reato”. Motivando questa scelta sottolineando che “i contegni di compressione delle libertà morali e materiali della parte offesa da parte dell’odierno imputato sono il frutto dell'impianto culturale e non della sua coscienza e volontà di annichilire e svilire la coniuge per conseguire la supremazia sulla medesima, atteso che la disparità tra l’uomo e la donna è un portato della sua cultura che la medesima parte offesa aveva persino accettato in origine”.

Questa versione sollevò un polverone mediatico e diffuse condanne da parte dell’opinione pubblica, tanto che il procuratore capo di Brescia Francesco Prete dovette prendere le distanze dal suo stesso pubblico ministero. Alla fine, lo stesso Bassolino modificò in aula la versione e chiese l’assoluzione dell’uomo di origini bengalesi per non aver commesso il fatto.