
Un'immagine dei momenti successivi alla strage di piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974. Tra le persone dietro il cordone di sicurezza si riconosce Marco Toffaloni (nel cerchietto), davanti un uomo si dispera davanti al cadavere di un parente ricoperto da uno striscione. ANSA / ARCHIVIO S.C. (simbolica, npk, strage)
Chiuso il primo capitolo, si prosegue con il secondo. da parte del Tribunale dei minori dell’ex ordinovista veronese D opo la condanna a 30 anni Marco Toffaloni, l’inchiesta sui presunti esecutori materiali della strage di piazza Loggia tornerà in aula lunedì con il processo a Roberto Zorzi. In Assise è attesa Ombretta Giacomazzi, la grande accusatrice dei due amici finiti sul banco degli imputati a più di 50 anni dai fatti. Toffaloni, all’epoca sedicenne studente del liceo bene Fracastoro: oggi ha quasi 68 anni, è cittadino svizzero con il nome di Franco Maria Muller. Zorzi, cinque anni in più, si è messo alle spalle il passato da imprenditore del marmo, vive negli Usa, Stato di Washington, dove alleva dobermann - ha battezzato l’attività Il Littorio -, passione coltivata sin da ragazzo. Giacomazzi è nota alle cronache e agli inquirenti perché nel 1974, lei 17enne, quando non studiava lavorava nella pizzeria dei genitori Ariston, in viale Venezia, ritrovo abituale dei ‘neri’ bresciani e veronesi. Tra loro c’erano Toffaloni e Zorzi, che conosceva. Fidanzata di Silvio Ferrari, il neofascista informatore delle forze dell’ordine non sempre fedele - saltò per aria la sera del 19 maggio in piazza Mercato, dilaniato da una bomba trasportata sul pianale della sua Vespa ed esplosa “per sbaglio” - Giacomazzi vide molte cose. La sua testimonianza è frutto di un iter tortuoso, che le difese cavalcano per sostenerne l’assoluta inattendibilità, mentre al contrario la procura e le parti civili considerano un “riscontro formidabile”.
Per le sue dichiarazioni Giacomazzi negli anni ‘70 finì in carcere. Iniziò a raccontare la verità, a sentir lei, solo dopo la morte nel 2014 del generale dei carabinieri Francesco Delfino, personaggio discusso e manovratore di trame oscure, da cui, riferì, si sentiva “minacciata”. Tra i ricordi, spiccano i suoi viaggi Verona, nella sede della Ftase/Nato e alla caserma dei carabinieri di Parona, in Vespa con il fidanzato, che incontrava in segreto ufficiali dei servizi, militari - tra cui Delfino - e Toffaloni stesso, riceveva buste con soldi, stampava e consegnava fotografie. Portata dopo decenni in quei luoghi, li avrebbe riconosciuti senza esitazioni. E poi c’è quella lite fuori dalla pizzeria, su una Bmw, tra Toffaloni e il fidanzato poco prima che morisse: “Toffaloni era arrabbiato con Silvio perché si stava ritirando da una cosa che era già decisa di fare”. Per l’accusa, la ‘cosa’ era piazzare una bomba la sera del 19 maggio, quando il fidanzato poi saltò in aria, al Blue Note, locale di Brescia frequentato da gay. E ancora, c’è il ricordo, poco prima della strage, di un incontro in pizzeria tra Toffaloni, Zorzi, Nando Ferrari (referente del Fronte della gioventù di Brescia) e altri neofascisti. La superteste coglie sprazzi di conversazione concitata. Sente che si vuole vendicare la morte di Silvio, fare il ‘botto’ che non aveva fatto lui: “Sento Zorzi, il più caldo del gruppo che dice che questa cosa la voleva fare lui” è agli atti. Per chi indaga, è la strage.