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La Lega dei Ticinesi: non servono frontalieri in smart working

L'accordo sullo smart working tra Italia e Svizzera non convince la Lega dei Ticinesi, che teme l'assunzione di frontalieri in home office. Il partito chiede chi controllerà l'utilizzo e chi assumerà i ticinesi.

L’accordo sullo smart working raggiunto tra Italia e Svizzera è andato di traverso alla Lega dei Ticinesi che già nei mesi scorsi si era espressoacontro l’ipotesi di un accordo che permettesse ai frontalieri di lavorare da casa per le aziende del Canton Ticino. "L’Italia ha decretato la fine del telelavoro – si era espresso Lorenzo Quadri (nella foto), eletto al Gran Consiglio – di sicuro il Ticino non ha bisogno di frontalieri in home office". Adesso che l’intesa è stata raggiunta e prevede la possibilità di svolgere fino al 25% del monte ore rimanendo a casa la Lega è tornata all’attacco.

"È evidente che dello smart working possono usufruire solo gli impiegati del terziario amministrativo. Con questo accordo, il Ticino viene reso ancora più attrattivo per quei permessi G che non ci dovrebbero nemmeno essere. Proprio il contrario di quello che andrebbe fatto". Il partito che negli anni non si è mai fatto problemi ad alzare i toni quando c’erano di mezzo i frontalieri si chiede chi controllerà se il telelavoro dal 25% non cresca fino al 50% o il 100% e soprattutto chi assumerà i ticinesi se possono assumere gli italiani facendoli lavorare da casa. Roberto Canali