
Ieri in aula ripresi di spalle Vittorio Mazzotti e la sorella Marina. A destra Cristina Mazzotti
Erba (Como) – “Sono stato chiamato di notte per essere avvisato del rapimento di mia sorella. Sono partito subito per Eupilio, per non lasciare mia madre da sola. Mio padre era appena partito per Buenos Aires per un viaggio di lavoro, e non ricordo quando riuscimmo a parlare con lui, ma subito il giorno dopo prese un volo per rientrare in Italia”. La Corte d’Assise di Como, ieri ha ascoltato il commosso ricordo di Vittorio Mazzotti, 78 anni, che ha raccontato tutto ciò che ricordava dei giorni in cui sua sorelle venne rapita e poi uccisa. “Mia sorella Cristina – ha proseguito – era la piccola di casa. Era una ragazza molto diligente, brava, una buona studentessa, stava terminando il liceo con successo. Io avevo 11 anni più di lei e le nostre frequentazioni erano diverse. Ero sposato e mia moglie era incinta, ha partorito due settimane dopo e mia figlia è nata prima che sapessimo della morte di Cristina”. E poi ripete: “Era brava… Una brava ragazza. La mia era una bellissima famiglia, c’era una grande unione”.
Sono tre gli imputati accusati di essere gli esecutori materiali del rapimento avvenuto la sera del 30 giugno 1975: Demetrio Latella, 70 anni, Antonio Talia, 73 anni e Giuseppe Calabrò, 74 anni. Secondo il pubblico ministero della Dda di Milano Cecilia Vassena, sarebbero stati loro a consegnare la diciottenne alla banda che aveva gestito la prigionia. Vittorio Mazzotti ha proseguito ricordando le trattative: “Le telefonate arrivavano a casa di un amico, mai a casa nostra. Rispondeva mio padre: la prima volta gli chiesero 5 miliardi di riscatto, ma era in grado di pagare. Cominciarono a minacciarlo di rimandare indietro la figlia a pezzettini. Minacce che lo hanno prostrato, fisicamente e moralmente. Era un uomo giovane e forte, era un sommergibilista, ne aveva viste di tutti i colori ma non ha sopportato quelle minacce. Cristina era la figlia minore, c’era un affetto particolare per lei. Si sentì male, non è stato più in condizione di andare avanti. Sono andato avanti io, ma credo di aver cancellato dalla mia memoria i dettagli”.
Poi proseguì un amico del padre, arrivando a concludere per un miliardo e 50 milioni. Ieri è stata sentita anche la sorella Marina, 75 anni, che al momento del rapimento era in Uruguay: “Mia mamma all’inizio era abbastanza tranquilla – ricorda – Pensava che fosse una ragazzata, non si era resa conto della gravità della cosa. Mio padre era più preoccupato, e a un certo punto non è stato più in grado di andare avanti con le trattative: ogni volta che parlava con rapitori si sentiva male, piangeva, si disperava. Ci davamo aiuto l’uno con l’altro. Chiedevamo prove che Cristina stesse bene, ma passavano giorni prima che ce le dessero”. E poi non trattiene la commozione: “Ricordo bene la disperazione dei miei genitori, la disperazione più totale”.