GABRIELE MORONI
Cronaca

Cremona, il vescovo guarisce dal coronavirus: ora umili e uniti

Monsignor Antonio Napolioni: non scorderò mai gli occhi dei sanitari. Grazie ai preti della porta accanto vicini alla gente

I medici dell’ospedale di Cremona

Cremona, 11 aprile 2020 - Cremona flagellata dalla pandemia che ha toccato anche la persona del vescovo. Monsigor Antonio Napolioni è il vescovo di Cremona dal 2015. 

Eccellenza, come ha vissuto l’imprevista esperienza da malato? "Consegnandomi semplicemente e fiduciosamente, magari con un pizzico di incoscienza visto che eravamo all’inizio dell’epidemia, alla realtà, ai medici e al Signore. Devo ringraziare i sanitari perché hanno avuto ogni cura e attenzione, non solo per me, ma per tutti, testimoniando davvero le capacità professionali e la stoffa umana che in Italia non sono certo scomparse. Mi sono sentito unito a tanti altri malati, grazie alle notizie che man mano arrivavano, e ho sperimentato il sostegno spirituale della mia comunità, di tanti vescovi e sacerdoti, di amici e parenti. Un’esperienza di unità nella debolezza e nella voglia di uscirne, personalmente e insieme".

Il ricordo rimasto più impresso del periodo in ospedale? "Gli occhi di medici e infermieri. Avvolti in una specie di ‘burqa’ sanitario, i volti non erano facilmente riconoscibili, ma gli occhi parlavano, di commozione e partecipazione, di stanchezza e paura, di coraggio e passione, di fede e di dubbio, di gioia grande quando mi han potuto dimettere, dicendo “la sua guarigione è un orgoglio per noi”. Li capisco. Specie i tanti giovani, le tante donne: donne e giovani che spesso consideriamo cittadini e cristiani di serie B, e che invece custodiscono energie sorprendenti, che stanno salvando l’Italia. E che, a mio avviso, la salveranno anche dopo la fine della pandemia, se li ascolteremo e valorizzeremo".

Una volta dimesso, ha ricevuto anche la telefonata del Papa. "Un dono di quelli che sa fare lui, vero fratello maggiore nel ministero ed esempio di coerenza evangelica, tradotta in concreti gesti di prossimità. Abbiamo scambiato battute scherzose, come anche considerazioni dolenti sulla situazione cremonese, concludendo nel reciproco invito a pregare gli uni per gli altri. Lui ripete sempre: “non dimenticate di pregare per me”, perché ci crede davvero e ne sperimenta i frutti. Lo sto imparando anche io".

Cremona è una delle città più colpite. Qual è il suo messaggio di vescovo alla città e al territorio? "Cremona è la provincia con la più alta percentuale di contagiati, gli ospedali del suo territorio sono stati invasi e stravolti dalle conseguenze del Covid-19, e sono stati affiancati da ospedali da campo, italiani e americani. Ma la nostra gente ha dato prova di enorme pazienza, dignità nel dolore, solidarietà verso i nuovi bisogni emergenti, resilienza nei campi più diversi. Il mio messaggio è stato innanzitutto la condivisione fisica di questa esperienza, un messaggio non voluto ma più eloquente delle prediche. Poter man mano riprendere contatti, apparire sugli schermi, so che è stato motivo di conforto e speranza per credenti e non credenti, quasi cogliendo il valore simbolico del vescovo e della sua guarigione. Ora avanti, più uniti perché più umili, coscienti della nostra vulnerabilità, ma anche delle risorse umane e spirituali cui possiamo attingere".

Anche il clero cremonese ha sofferto perdite dolorose. "Sì, nove sacerdoti, alcuni dei quali ancora pienamente attivi nelle comunità. Qualche altro prete è ancora ricoverato e lotta con la malattia. I sacerdoti sono per vocazione e missione uomini di relazione, di prossimità, che non possono distanziarsi dalle persone, specie quando vivono solitudine e fragilità. Penso agli abbracci e alle carezze che non posso lesinare quando visito una casa di riposo, e so quanto si spendono più di me i nostri parroci, come i giovani preti tra i ragazzi dell’oratorio. Un ministero a rischio, ineliminabile, se vogliamo essere ministri di Cristo e della sua totale solidarietà con la condizione umana. Il Signore susciti nel cuore dei giovani vocazioni a continuare questa storia di generosità missionaria e di santità “della porta accanto”, come direbbe papa Francesco".

Come ha trascorso le giornate della convalescenza? "Le ho trascorse da solo, nel palazzo vescovile, privilegiato quanto ad ampiezza di spazi in cui potermi muovere. Oltre alle normali incombenze, tra le quali prepararmi pasti semplici ma nutrienti per recuperare i chili perduti nella malattia, ho privilegiato la preghiera e i contatti telefonici con i sacerdoti e con tante altre persone. Per ringraziare del supporto ricevuto, per sincerarmi delle condizioni di ciascuno, per incoraggiare e se necessario orientare nelle scelte da assumere in questo non facile periodo. Ho imparato ad usare Skype per riunirci in videoconferenza, a registrare piccoli video per esercitare il mio ministero pastorale. Ed ora, finalmente, dopo i necessari controlli, posso riprendere il ministero pubblico, celebrando il Triduo pasquale nella nostra splendida cattedrale, vuota, ma spalancata sul mondo, come una madre gravida di futura fecondità, oltre che segnata dai dolori e dalle pene". © RIPRODUZIONE RISERVATA