Max Tortora a Milano con "Doppia coppia": un disastro tutto da ridere

"Doppia coppia" lunedì alle 20.45 al Teatro Nuovo in San Babila con protagonisti Max Tortora e Francesca Antonelli. Testo scritto dallo stesso attore romano insieme a Paola Tiziana Cruciani (anche alla regia), è una specie di apologia della semplicità. Del fatto che non si può essere diversi da ciò che si è di DIEGO VINCENTI

Max Tortora

Milano, 20 marzo 2016 - Metti, una sera a cena. Lo scambio di coppia. Per sentirsi più moderni, à la page. O almeno questo si mette in testa una coppietta romana, che dalla periferia si è trasferita ai Parioli e ora ha l’ansia di essere all’altezza del nuovo contesto sociale. Si cerca di essere al passo coi tempi ma si preannuncia il disastro… Un disastro però tutto da ridere in “Doppia coppia”, solo domani alle 20.45 al Teatro Nuovo in San Babila con protagonisti Max Tortora e Francesca Antonelli. Testo scritto dallo stesso attore romano insieme a Paola Tiziana Cruciani (anche alla regia), è una specie di apologia della semplicità. Del fatto che non si può essere diversi da ciò che si è.

Tortora, lo spettacolo ha debuttato nel lontano 2005?

«Sì, l’ultima volta però l’abbiamo ripreso due anni fa e solo per una quindicina di giorni. D’altronde se una cosa funziona perché non rifarla?».

Ma come si trova a teatro?

«Io nasco sul palcoscenico, è il teatro che mi ha dato le prime opportunità. Da allora cerco di fare qualcosa di nuovo ogni due anni. Sono innamorato di quella emozione tangibile, onesta. Il pubblico non mente e la sua approvazione la puoi percepire molto prima degli applausi. E poi credo che un attore debba fare teatro, al limite il cinema quando capita».

Come fu il suo debutto?

«Ho iniziato da ragazzo, il primo ruolo importante lo devo a Ammendola &Pistoia, una sostituzione. Poi ho privilegiato la commedia leggera, è lo strumento migliore per offrire sfumature diverse, un ventaglio di coloriture che arrivano fino alla malinconia».

Era quello che voleva fare?

«La vita mi ha portato dove voleva, io ho deciso poco. A volte si ha la sensazione di essere su una barca senza timone».

Di cosa parla in «Doppia coppia»?

«Della normalità, è un elogio della routine, delle cose semplici. Forse qualcuno lo troverà banale ma io ci ho messo 50 anni a comprendere certe cose».

Cosa intende?

«Parlavo con un conducente qualche giorno fa. Mi diceva che il suo piacere più grande era sapere che la sera avrebbe mangiato una pizza con i figli. Gli ho fatto i complimenti, a quella consapevolezza io ci sono arrivato molto tardi».

E la sua Roma invece come sta?

«È diventata invivibile. Lunghe file di automobili con dentro gente triste e disillusa. Eppure io da ragazzo giocavo tutto il giorno in mezzo alle strade, dopo il Raccordo c’erano tante cascine, ora non c’è più nulla. Sarà una bella gatta da pelare per chi la dovrà amministrare».

E lei che progetti ha per i prossimi mesi?

«Non ne ho, è inutile averne. Mi piacerebbe realizzare alcune sceneggiature ma quando proponi qualcosa di nuovo ai produttori ti guardano come fossi un disturbatore. Quindi aspetto che mi chiamino per poi valutare. A teatro è meglio, i proprietari sanno che funzioni, ti danno credito. E allora finalmente si riesce a fare quello che si vuole».