ANDREA SPINELLI
Cultura e Spettacoli

Pat Metheny e il concerto dei sogni: “Suono la chitarra grazie ai Beatles. Stare sul palco con Pino Daniele fu incredibile”

Il musicista torna al Teatro Clerici di Brescia e al Lirico per JazzMi: “Per me la musica è un’attività evolutiva che aggiunge di continuo nuove stanze alla casa in cui vivo”

Pat Metheny

Pat Metheny

Tutti i concerti di un cartellone ricco e variegato come quello di JazzMi sono importanti, ma, stando alle attese del pubblico, alcuni sembrano più importanti degli altri. E l’esaurito incassato con largo anticipo dalla rentrée di Pat Metheny al Lirico il 2 novembre lascia pochi dubbi su chi sia la star di questa edizione. I fan del chitarrista di Lee’s Summit rimasti senza biglietto di questo Dream Box Tour, tuttavia, possono non darsi per vinti e applaudirlo la sera precedente al Teatro Clerici di Brescia, dove c’è ancora qualche disponibilità.

Il pubblico è sempre dalla sua parte, ma la visione che ha della musica a settant’anni è ancora quella che aveva a ventidue tra i solchi di “Bright Size Life”?

“Tutto sommato, sì. Per il suo valore e la sua attualità, potrei suonare ‘Bright Size Life’ ancora serenamente per intero. E lo stesso vale per quasi tutto quel che è arrivato dopo. Ci sono musicisti che attraversano la vita come serpenti abituati a cambiare pelle di continuo, passando da un progetto a quello successivo. Per me, invece, non è così. Per me la musica è un’attività evolutiva che aggiunge di continuo nuove stanze alla casa in cui vivo“.

Con oltre 50 titoli, la sua discografia è molto ampia. C’è un album che oggi non rifarebbe o che registrerebbe in un modo completamente diverso?

“Per me niente inizia e niente finisce, tutto si trasforma. Non faccio distinzioni tra questo o quel periodo, tra questa o quella band. Ogni contesto musicale creato nel corso degli anni ha rappresentato una nuova versione del mio senso di fare musica, del mio stare in una band. Tutto, ovviamente, con una visione molto personale. Quando metto in piedi una nuova formazione e chiamo determinati musicisti a farne parte, lo faccio convinto che siano i più idonei ad aiutarmi a trovare il suono che ho in mente. E penso che ognuna di queste avventure artistiche affrontate negli anni abbia ancora un suo interesse. Nessuna delle strade che ho percorso finora è realmente finita”.

“Dream box” è il titolo del suo penultimo album, ma la chitarra baritona del nuovo “MoonDial”, uscito a luglio, ne richiama un paio del passato come “One Quiet Night” del 2003 e “What’s It All About” del 2011 (entrambi vincitori di Grammy). Quali sono le differenze?

“Poco prima dell’inizio del tour, lo scorso settembre, ho fatto una scoperta. Qualche anno fa avevo chiesto a Linda Manzer, una delle migliori liutaie al mondo e una delle mie principali collaboratrici, di costruirmi una chitarra acustica baritona; ma una con corde in nylon anziché la versione in acciaio che avevo usato in ‘One Quiet Night’ e ‘What’s It All About’. Il mio esordio nel mondo della chitarra baritona è iniziato quando mi sono ricordato di un modo speciale di accordare le corde in cui le due centrali sono un’ottava più alta, mentre l’accordatura generale dello strumento baritono rimane una quarta o una quinta più in basso. Questo ha aperto un mondo di armonia che fino ad allora non avevo toccato”.

È stato difficile?

“Non ci son stati problemi con la chitarra di Linda, la difficoltà è stata piuttosto quella di trovare corde di nylon che potessero reggere quell’accordatura senza rompersi o suonare come un banjo”.

Nel disco c’è anche una versione di “Here, There and Everywhere”.

“Sono molto legato ai Beatles. Fu proprio dopo averli visti all’Ed Sullivan Show che nel 1964 abbandonai lo studio della tromba per puntare su quello della chitarra”.

Se potesse ricreare con l’intelligenza artificiale il sound e lo stile di uno dei grandi musicisti che ha incontrato, con chi le piacerebbe tornare a fare musica oggi?

“Vorrei tanto Charlie (Haden, ndr)”.

L’anno prossimo ricorre il trentesimo anniversario del tour con Pino Daniele, cosa ricorda di quell’avventura?

“È stata un’esperienza completamente diversa da qualsiasi cosa avessi mai fatto prima. Per me era incredibile stare sul palco con qualcuno così famoso. Pino non poteva neppure girare in auto senza che la gente di là dal finestrino impazzisse. La cosa grandiosa è che al tempo stesso era pure un artista molto umile. Di quei concerti mi sono goduto davvero ogni secondo”.

Quali sono state le altre esperienze italiane speciali della sua carriera?

“Troppe per star qui a ricordarle. Ho detto apertamente molte volte che l’Italia è, in un certo senso, un crocevia della mia carriera. E non nascondo che quando inizio a lavorare su un nuovo progetto, su un nuovo gruppo o su un nuovo spettacolo, il primo istinto è proprio quello d’immaginarmi quale accoglienza riceverà in Italia”.