DIEGO VINCENTI
Cultura e Spettacoli

Quo vadis, Angela Baraldi?: "Io, innamorata persa di Iggy Pop litigavo con le amiche sorcine..."

La cantautrice torna con il suo ottavo album (“3021“) prodotto da De Gregori stasera all’Arci Bellezza

La cantautrice torna con il suo ottavo album (“3021“) prodotto da De Gregori stasera all’Arci Bellezza

La cantautrice torna con il suo ottavo album (“3021“) prodotto da De Gregori stasera all’Arci Bellezza

Andrea Pazienza, i Gaznevada, il cinema di Salvatores. Senza dimenticare la Bologna antagonista. E i CCCP, ovviamente. Tutti tasselli. Di un immaginario collettivo e complesso. Con cui si è cresciuti. Un immaginario dove ha il suo spazio Angela Baraldi, cantante, attrice e molto altro (nel 2005 protagonista del cult "Quo vadis, baby?"). Che torna ora con il suo ottavo album in studio: "3021", prodotto dalla Caravan di De Gregori. Otto tracce. A raccontare del cosmo e del futuro. Ma tornando a sperimentare dalle parti della semplicità. Come si può sentire oggi dalle 20.30 all’Arci Bellezza.

Angela, pronta per l’ennesimo debutto?

"Pronta e felice. Il disco rispecchia la visione che avevo prima di entrare in studio di registrazione. E non è cosa da poco. Faccio i conti con otto anni passati dal precedente lavoro, otto anni di cambiamenti epocali".

Scrive che voleva liberarsi da "sovrastrutture e aspettative": impresa eroica. Riuscita?

"Credo di sì e mi rassicura l’accoglienza così calorosa. Anche perché è un disco attaccabile, molto corto. Che sono certa suonerà molto bene dal vivo".

Categoria?

"Cantautorato 2025. Non riesco a definirlo rock. Baraldiano forse, non del tutto. Si sentono influenze lontane. Ora devo rispecchiarmi nell’ascolto degli altri".

Incontri importanti?

"Lucio Dalla e Francesco De Gregori, in momenti diversi. Ho appreso da loro senza che volessero insegnarmi, come succede quando si lavora bene. Ma anche le esperienze negative lasciano un segno".

A cosa sta pensando?

"Dopo “Baraldi lubrificanti“ cambiò l’assetto in RCA e mi ritrovai alla Warner, firmando due dischi in un’atmosfera completamente diversa. Il secondo avrei potuto evitarmelo e pensare a un’autoproduzione, anche se all’epoca era ancora costoso. Ma mi perdono. E sapendo quanto sono caparbia, lo rifarei. Mi concedo però un consiglio".

Prego.

"Non lavorate mai per qualcuno che non vi apprezza. Non ne vale la pena".

Quando invece è stata bene? "All’uscita di “Mi vuoi bene o no?“. Bel momento. Girava sulle radio e il singolo vinse il Canzoniere dell’Estate, mi chiamarono a Sanremo dove però arrivai con un brano un po’ fragile, senza un vero ritornello. Fu un azzardo, avevo la sensazione di essere partita per un viaggio importante dimenticandomi qualcosa a casa. Pensiero che ti condiziona sul palco, mentre ti guardano milioni di persone...".

Per molti rimane la protagonista di “Quo vadis, baby?“.

"Fui galvanizzata da quel film. Merito di Salvatores che mi impose alla produzione. Non cercava Grace Kelly o Bette Davis. Ma credo avesse intuito che scegliendomi aveva già il personaggio fatto e finito: bolognese, carattere forte, ex-musicista proveniente da un certo ambiente. Si mise in ascolto, si percepisce in lui la formazione teatrale".

Com’era la Bologna in cui è cresciuta?

"Esplosiva e un po’ violenta. Non solo per il movimento studentesco. C’era qualcosa nell’aria, di cui Bologna si scopriva epicentro. Anche in termini musicali. Dove si viveva una frattura profondissima fra l’orizzonte mainstream e la nostra musica: il punk, i Gaznevada, i CCCP, concerti in piazza Maggiore dove passavano Liquid Liquid, Gang of Four, Patti Smith. Eravamo contro la massa e un po’ altezzosi. Credevo che tutta la musica in Italia fosse così".

E invece.

"Pura illusione. Mentre crescevo innamorata di Iggy Pop, litigando in cortile con le mie amiche “sorcine“. Cose che mi hanno rovinata per sempre".

I CCCP.

"Li ascoltai la prima volta al concerto “Bande nel parco“. Non so nemmeno se avessero già registrato Emilia paranoica. E io in realtà volevo quel giorno seguire i Surprize, band incredibile che registrò poi per la Factory a Manchester, etichetta dei Joy Division. Tanto che dopo la morte di Ian Curtis aprirono i concerti dei New Order. Eppure, mentre ero lì, fui travolta da questi tre e dal cantante, col suo sguardo spiritato. Che in italiano ci urlava di tutto, parlando di Roipnol e cose simili, a noi adolescenti nel limbo, un po’ alterati. Era l’effetto che ci facevano le tavole di Andrea Pazienza".

A un certo punto è andata in giro col loro repertorio.

"Sì, doveva essere il progetto di una sera voluto da Andrea Adriatico dei Teatri di Vita: io e Massimo Zamboni. Solo che si scatenò l’inferno e abbiamo proseguito, mentre si aggiungevano amici, da Giorgio Canali a Gianni Maroccolo. Molto divertente".

Come stasera?

"Sicuramente. E mi piace questa cosa di essere al Bellezza, nella storica palestra di Rocco e i suoi fratelli".