ANDREA SPINELLI
Cultura e Spettacoli

Il k-pop degli Stray Kids alla conquista di Milano: “Mai fatto uno show così grande”

La band coreana ha chiuso davanti a 67mila persone gli IDays che per l’occasione si sono trasferiti a La Maura. “Il nostro spettacolo è come una cena di alta qualità”

La band di K-pop Stray Kids Bang Chan, Lee Know, Changbin, Hyunjin, Han, Felix, Seungmin e I.N.

Milano – E la prima giornata di questo weekend ad altissima densità per gli abitanti di San Siro è andata. È andata sotto la pioggia, nella notte de La Maura, col debutto italiano di quegli Stray Kids invocati a gran voce da 67mila fans adoranti (52 mila italiani e 15 mila stranieri, dice la prevendita) rimasti ammassati sottopalco ad attenderli sfidando il diluvio. Una fabbrica di plastica. Made in Korea. Ma osannatissima.

Prodotto fra i più scintillanti di quel k-pop (con una decisa connatazione urban), che i numeri degli iDays dicono aver sfondato pure in Italia. Increduli pure loro, Bang Chan, Lee Know, Changbin, Hyunjin, Han, Felix, Seungmin e I.N., con i loro look griffati e i lineamenti ritoccati, che nell’incontro coi giornalisti italiani hanno ammesso di non aver mai avuto un pubblico così, visto che finora il bagno di folla più grosso non era andato oltre le 45-50 mila presenze. No contatti, no saluti, no foto, e solo domande approvate preventivamente rivolte da un’esperta di k-pop in inglese, tradotte per la band in coreano, e risposte tradotte invece in italiano.

Come v’è sembrata questa prima esperienza italiana?

Hyunji: "Ero già venuto a Milano per la fashion week, ma tornarci assieme ai miei compagni è stato molto bello, fra l’altro per il più grande show che abbiamo mai fatto. Un onore".

C’è un’esperienza italiana che vi tenta?

Felix: "Certo. Provare ad assaggiare le lasagne e tanti altri cibi buoni".

Per voi qual era la missione di questi iDays?

Han: "Sapevamo di essere uno dei primi gruppi k-pop in concerto a Milano e non vedevamo l’ora di mostrare ai nostri Stay l’evento eccezionale che avevamo preparato per questo debutto con l’unica intenzione di rimandare a casa tutti felici".

Come vi preparate a salire sul palco?

Bang Chan: "Facciamo molta attività fisica per affrontare al meglio la performance. Ciascuno di noi ha il suo modo di prepararsi, poi facciamo stretching assieme e parliamo nell’attesa di entrare in scena".

Di strada ne avete fatta parecchia.

Seungmin: "È stata lunga e con tanti cambiamenti, ma abbiamo mantenuto il nostro colore, i nostri tratti distintivi. E di questo dobbiamo ringraziare i 3Racha (Bangchan, Han e Changbin che, oltre ad avere pure vita autonoma all’interno della band, sono quelli che firmano testi e musiche, ndr ) che ci hanno scritto tante belle canzoni".

Citando un vostro testo, lo show degli Stray Kids è 5 Stelle Michelin?

Changbin: "Pensiamo che il nostro spettacolo assomigli ad un pasto con diverse portate di alta qualità. Gli ingredienti siamo noi otto, i fans, e naturalmente le canzoni, che scegliamo sempre con attenzione tra le migliori del nostro repertorio".

Il prossimo disco?

Bangchan: "S’intitola ‘Ate’ (ed è il loro 9° ep, ndr) abbiamo pubblicato il teaser pochi giorni fa e abbiamo avuto feedback ottimi".

Una speranza?

Seungmin: "Io un giorno vorrei entrare fra i 3Racha e cantare una canzone assieme a loro".

Che parole conoscete in italiano?

Banchan: "Ciao, Grazie, Bellissimo".

La nota dell’autore dell’intervista Andrea Spinelli:

“In riferimento alle critiche al mio articolo sugli Stray Kids, che comunque apprezzo perché esprimono attaccamento alla band ma anche al giornale che ne parla, vorrei precisare alcune cose. Nel momento in cui ho usato il termine “fabbrica di plastica” ho messo in conto, ovviamente, la possibilità di ricevere lamentele di questo tipo, ma il termine esprime esattamente il mio pensiero e si riferisce non tanto alle canzoni del gruppo coreano quanto al mondo pop che gli ruota attorno. Un’industria implacabile che unisce moda, sponsorizzazioni, migliorie chirurgiche, influenza sui media, allenamento militare, per sfornare “idols” a getto continuo. Insomma, la costruzione a tavolino di un’algida perfezione da vendere alle masse (davanti all’alta quantità di ansie, problemi mentali e suicidi fra le mini-star qualcuno, senza tanto parafrasare, ha iniziato a parlare di “lato oscuro del k-pop”) che ha ben poco a che fare con l’esperienza artistica. A prescindere dal fatto che il termine da me usato prende spunto da un celebre saggio di Hugh Barker e Yuval Taylor “Musica di plastica. La ricerca dell’autenticità nella musica pop”, penso di aver accumulato in trent’anni d’attività abbastanza pratica con gli artisti internazionali da poter utilizzare per la conferenza stampa milanese degli Stray Kids l’aggettivo “surreale”. Un incontro avvenuto con le modalità esposte nel pezzo criticato (mezza pagina di resoconto e non un “trafiletto”, come indicato da una lettrice, a conferma dell’interesse che il giornale ha per il fenomeno) su cui mi sembra che nessuno abbia avuto da eccepire, quando invece, a mio avviso, ci sarebbe parecchio da ridire. Pur tenuto conto del gap culturale legato ad usi e costumi molto diversi dai nostri che però con altri artisti asiatici, PSY in testa, non mi era mai capitato di riscontrare in maniera così pressante. Nelle lettere inviate al Giorno ci si augura una normalizzazione del mio giudizio dissonante con articoli “più asettici e non denigratori nei confronti di artisti che nulla hanno mai fatto di male e che nei vostri confronti hanno sempre mantenuto un comportamento corretto”. Con tutto il rispetto, mi chiedo su cosa si basino certe affermazioni. Meglio, quindi, riassumere come sono andati i fatti, in modo da avere qualche elemento in più per esprimere giudizi. L’intervista con gli Stray Kids all’Ippodromo La Maura è durata dieci minuti esatti con risposte che potremmo definire eufemisticamente laconiche (seppur un filo “sistemate” negli articoli pubblicati il giorno dopo in modo da farle apparire un po’ più vitali e un po’ meno aride). I giornalisti sono stati fatti sedere a 4 metri di distanza dagli artisti, col divieto assoluto di rivolgere loro la parola, di scattare foto, di dirgli anche solo “ciao”. Tutte le domande erano state, infatti, rigidamente concordate nei giorni precedenti col management e sono state formulate durante la conferenza da una giornalista-speaker autorizzata dal gruppo. Col resto dei colleghi a fare le belle statuine. Mai visto in Italia un incontro stampa del genere, definito dalla stessa casa discografica “abbastanza anomalo”. Ma il k-pop è pure questo. Ed è questo concetto del “rispetto” a geometria variabile uno degli elementi di quel sistema, di quella fabbrica del consenso, a cui fa riferimento l’espressione contestata”.