2009-12-29
MILANO
TROVARSI NELLA STANZA accanto a quella dove sincunea, schiantandosi, il Piper di Luigi Fasulo. Ritrovarsi a nuotare in apnea nelle rovine. Ritrovarsi vivo. Francesco Borasi, 61 anni, avvocato specialista in diritto dellambiente, era al ventiseiesimo piano del Pirellone il pomeriggio del 18 aprile 2002.
Cosa accadde?
«Ero nella stanza a fianco. Con la collega e amica Piera Puiatti stavamo parlando di una causa per un problema ambientale che la Regione ha brillantemente risolto questanno. Per fortuna i documenti li avevo in studio».
Il primo pensiero?
«Se dura un attimo in più muoio. Tutto ballava per aria. Mi cadeva addosso. E non capivo cosa fosse successo. Sentivo solo voglia di navigare verso la luce. Ero coperto di macerie ed era come essere sottacqua. Navigavo fra i detriti, sotto i detriti. E poi la soddisfazione di poter prestare aiuto a persone che erano più conciate di me. Eravamo soli».
Cosa ricorda in particolare?
«Le due donne che ho soccorso. E poi una segretaria alta come un granatiere che ha aiutato tutti quelli che poteva. Una persona straordinaria».
E oggi?
«Tutti i giorni ringrazio il Signore e ringrazio di avere una figlia. Allepoca aveva solo 11 anni. Lavvertirono tempestivamente prima che mi vedesse in televisione. Ero uscito per ultimo perché volevo controllare che non ci fosse più nessuno. Nel frattempo si erano radunate tutte le televisioni e mi ripresero. Ero ferito. Mi diedero una ventina di punti in testa ma continuavo a buttare sangue. Colpa di unarteriuzza sulla tempia sinistra. Me la sistemarono al Fatebenefratelli».
Cè qualcosa che apprezza di più?
«Laffetto degli amici. La soddisfazione di poter dire: E una bella giornata. Dio mi regala un giorno in più».
Si sente un sopravvissuto?
«No, mi sento uno contento di esserci, contento di poter sorridere a mia figlia. Anche perché tutto aveva congiurato perché mi trovassi lì. Lappuntamento era fissato in un altro piano, non in quel giorno, non a quellora. Tutto complottò perché ci lasciassi la pelle. Allultimo momento la sorte girò langolo».
E lasciò un messaggio?
«Credo di averlo recepito: tutti possono darsi da fare quando cè bisogno».
Gabriele Moroni
MILANO
TROVARSI NELLA STANZA accanto a quella dove sincunea, schiantandosi, il Piper di Luigi Fasulo. Ritrovarsi a nuotare in apnea nelle rovine. Ritrovarsi vivo. Francesco Borasi, 61 anni, avvocato specialista in diritto dellambiente, era al ventiseiesimo piano del Pirellone il pomeriggio del 18 aprile 2002.
Cosa accadde?
«Ero nella stanza a fianco. Con la collega e amica Piera Puiatti stavamo parlando di una causa per un problema ambientale che la Regione ha brillantemente risolto questanno. Per fortuna i documenti li avevo in studio».
Il primo pensiero?
«Se dura un attimo in più muoio. Tutto ballava per aria. Mi cadeva addosso. E non capivo cosa fosse successo. Sentivo solo voglia di navigare verso la luce. Ero coperto di macerie ed era come essere sottacqua. Navigavo fra i detriti, sotto i detriti. E poi la soddisfazione di poter prestare aiuto a persone che erano più conciate di me. Eravamo soli».
Cosa ricorda in particolare?
«Le due donne che ho soccorso. E poi una segretaria alta come un granatiere che ha aiutato tutti quelli che poteva. Una persona straordinaria».
E oggi?
«Tutti i giorni ringrazio il Signore e ringrazio di avere una figlia. Allepoca aveva solo 11 anni. Lavvertirono tempestivamente prima che mi vedesse in televisione. Ero uscito per ultimo perché volevo controllare che non ci fosse più nessuno. Nel frattempo si erano radunate tutte le televisioni e mi ripresero. Ero ferito. Mi diedero una ventina di punti in testa ma continuavo a buttare sangue. Colpa di unarteriuzza sulla tempia sinistra. Me la sistemarono al Fatebenefratelli».
Cè qualcosa che apprezza di più?
«Laffetto degli amici. La soddisfazione di poter dire: E una bella giornata. Dio mi regala un giorno in più».
Si sente un sopravvissuto?
«No, mi sento uno contento di esserci, contento di poter sorridere a mia figlia. Anche perché tutto aveva congiurato perché mi trovassi lì. Lappuntamento era fissato in un altro piano, non in quel giorno, non a quellora. Tutto complottò perché ci lasciassi la pelle. Allultimo momento la sorte girò langolo».
E lasciò un messaggio?
«Credo di averlo recepito: tutti possono darsi da fare quando cè bisogno».
Gabriele Moroni
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