ROBERTO CANALI
Cronaca

Scacco ai clan di Lonate e Legnano: le mani sulle aziende in fallimento e quattro milioni sottratti al fisco

Le imprese in crisi venivano acquisite, svuotate di ciò che restava del loro patrimonio e pilotate verso la messa in liquidazione. La maxi frode serviva al “mantenimento“ delle ’ndrine dell’Alto Milanese

Gli arresti dei carabinieri

Tutto si può dire che tranne che fossero sprovvisti di uno spiccato senso degli affari, naturalmente tutti illeciti, i sei affiliati alla locale di Legnano e Lonate Pozzolo arrestati ieri mattina per ordine della Dda di Milano che ha coordinato l’indagine del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Varese e Milano e i Nas dei Carabinieri di Milano. I sei sono accusati a vario titolo di aver fatto affari durante il Covid acquistando aziende decotte per assicurarsi prestiti bancari con le garanzie concesse dallo Stato, peccato che i fondi anziché essere investite nelle attività che sono tutte fallite servivano a mantenere le famiglie affiliate a Legnano, Lonate e Vibo Valentia.

Sono finiti nei guai Enrico Barone (nato nel 1969 a Vibo Valentia ma residente a Legnano) e Maurizio Ponzoni (classe 1966 di Legnano ma residente a Rescaldina), per loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere, agli arresti domiciliari sono finiti Romina Altieri di Lonate Pozzolo, Enrico Barone (classe 1963 di Napoli), Fabio Frattini di Legnano e Michele Migliore di Lecco.

Una parte consistente dei fondi distorti è finita alla famiglia del calo clan Vincenzo Rispoli, da tempo sottoposto al regime del 41 bis, negli atti dell’inchiesta ad esempio si legge di un "regalino" da 2mila euro in occasione del Natale e una provvista di 20mila pagata per l’affitto di casa alla famiglia e per garantire l’utilizzo di un altro appartamento al clan. Nel corso delle investigazioni economico-finanziarie sono state ricostruite operazioni distrattive di denaro, per oltre 4 milioni di euro, dai conti correnti di tre società dichiarate fallite dai Tribunali di Milano, Bergamo e Monza. Queste somme sono state successivamente drenate a favore di altre imprese del "gruppo", anche localizzate in territorio estero, sotto forma di pagamenti di fatture per operazioni inesistenti. Non godevano della stessa considerazione i dipendenti delle aziende poi fallite, inconsapevoli della reale attività dei nuovi proprietari, lasciati a casa senza troppi convenevoli.

Grazie al fiuto del cash dog della Guardia di Finanza sono stati individuati e sottoposti a sequestro oltre 200mila euro in contanti, nascosti nelle abitazioni degli indagati. Gli affari con il Covid non si limitavano solo ai prestiti ottenuti con la garanzia dello Stato, il clan aveva diversi interessi e contatti diretti la sanità lombarda e si occupava della fornitura di materiale e l’esecuzione di tamponi, compiuti però senza alcuna autorizzazione.