Milano, 14 maggio 2024 – Alessia Pifferi è stata condannata all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Milano. La sentenza è arrivata ieri, dopo meno di tre ore di camera di consiglio: i giudici l'hanno ritenuta colpevole dell'omicidio volontario della figlia Diana di 18 mesi, abbandonata sola in casa per sei giorni nel luglio 2022.

Al termine dell’udienza, Pifferi è tornata nella sua solita cella a San Vittore, dove è detenuta ormai da quasi due anni ma, ora che è stata condannata in primo grado, nei prossimi giorni potrebbe essere trasferita nell'istituto penitenziario di Bollate o di Opera.
Questa mattina, la trasmissione di Rai 1 ‘Storie Italiane’, condotta da Eleonora Daniele, ha parlato di un “malore” che Pifferi avrebbe “accusato nella prima mattinata di oggi”, martedì 14 maggio, spiegando che la sua avvocata Alessia Pontenani si sarebbe diretta subito a San Vittore per capire cosa fosse successo e come stesse la sua assistita. Stando al garante dei detenuti, Francesco Maisto, invece, “nessun evento critico è stato registrato. La Pifferi è da ieri sorvegliata h 24 ma anche in una cella con videosorveglianza”.
La condanna all’ergastolo
Omicidio volontario aggravato dal vincolo parentale, senza premeditazione (unica aggravante non riconosciuta), due anni di sorveglianza speciale, 50mila euro di provvisionale alla mamma Maria Assandri e 20mila alla sorella Viviana. La Corte d’Assise presieduta da Ilio Mannucci Pacini non ha concesso alcuna attenuante, nemmeno le generiche, che avrebbero convertito l’imputazione in omicidio semplice (pena da 21 a 24 anni).
Massimo della condanna possibile, quindi, per la mamma che, il 14 luglio del 2022, chiuse la porta del suo monolocale in via Parea, periferia di Ponte Lambro, portandosi dietro una valigia piena di abiti da sera da indossare con il suo fidanzato, un elettricista di Leffe, senza preoccuparsi del fatto che dietro quella porta lasciava una bimba di 18 mesi, intontita dal caldo e dai tranquillanti con solo un biberon di latte e una bottiglietta di acqua. Ma la piccola Diana a 18 mesi non parlava e non camminava perché nessuno glielo aveva insegnato, svuotato il biberon e bevuto il "teuccio" come lo chiamava mamma Alessia, ha provato a sfamarsi mangiando brandelli di pannolino ritrovati poi nello stomaco durante l’esame autoptico a raccontare la sua lunga agonia.
Per lei l'avvocata Pontenani aveva chiesto l'assoluzione o comunque una condanna per abbandono di minore. Il pm Francesco De Tommasi, invece, aveva richiesto l'ergastolo con la valutazione dell'aggravante della premeditazione, poi esclusa dalla sentenza.