ANDREA GIANNI
Cronaca

Il figlio del carabiniere ucciso a Cascina Spiotta: “Dalle Brigate Rosse nessun pentimento. Dopo 50 anni cerco giustizia”

Bruno D’Alfonso perse il padre quando aveva 10 anni: una ferita aperta, ma non cerchiamo vendetta. “In questi anni nessun brigatista ci ha mai contattato. Il suo gesto eroico? Fu sottovalutato e dimenticato”

Giovanni D’Alfonso e il figlio

Giovanni D’Alfonso e il figlio

MILANO – Per Bruno D’Alfonso il tempo si è fermato il 5 giugno 1975, “cristallizzato” in una ricerca della verità sulla morte del padre, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso ucciso dalle Brigate Rosse alla Cascina Spiotta, nell’Alessandrino, durante il blitz per liberare l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. All’epoca aveva 10 anni, aveva terminato la quinta elementare e, con la madre Rachele Colalongo, che ora ha 86 anni, e le sorelle, Cinzia e Sonia, si preparava a lasciare l’Abruzzo per raggiungere il padre in Piemonte. Cinquant’anni dopo, la famiglia è parte civile (assistita dagli avvocati Sergio Favretto, Nicola Brigida e Guido Salvini) nel processo a carico del 79enne ex brigatista Lauro Azzolini, l’uomo che secondo le accuse avrebbe ucciso D’Alfonso, e degli ex capi storici Renato Curcio e Mario Moretti, presunti mandanti.

Bruno D’Alfonso, che cosa rappresenta per la sua famiglia l’apertura del processo?

“Per noi è lo spiraglio per arrivare a una verità che per tanti anni è rimasta nascosta. Il fatto che mancasse all’appello l’autore materiale dell’omicidio di mio padre è sempre stato una ferita aperta per tutti noi e 16 anni fa ho iniziato ad attivarmi per cercare la verità raccogliendo, con i giornalisti Simona Folegnani e Bernardo Lupacchini, materiale che poi ha portato alla riapertura del caso”.

Quando è arrivata, secondo lei, la svolta nelle indagini?

“Un passaggio fondamentale è stato il ritrovamento della copia originale del memoriale, la relazione scritta da un brigatista sui fatti della Spiotta (durante lo scontro a fuoco morì anche Mara Cagol, moglie di Curcio, ndr) e sequestrata nel covo in via Maderno a Milano nel 1976. Su quelle pagine sono state rilevate impronte digitali di Azzolini che, oltre a intercettazioni e testimonianze, fanno parte del solido impianto probatorio raccolto dalla Procura. Suggerire l’analisi dell’originale alla luce delle nuove tecniche scientifiche del Ris fu una felice intuizione”.

Nell’ultima memoria ai giudici uno dei difensori, l’avvocato Davide Steccanella, sostiene che a distanza di 50 anni “né giustizia, né riparazione all’onore e alla memoria della parte civile possono derivare dalla eventuale condanna”. Che cosa ne pensa?

“Noi non siamo mossi da un desiderio di vendetta, ma le condanne restituirebbero verità e giustizia sulla morte di mio padre anche a distanza di mezzo secolo, chiudendo un cerchio. In tutti questi anni nessun ex brigatista ha provato a contattarci, ma del resto non mi sarei aspettato nulla da loro. Non ho visto una reale presa di distanza, un pentimento. Per loro erano morti giustificate da un’ideologia sfociata nella violenza e nel terrorismo, quando invece nulla ha più valore della vita”.

Come ha saputo dell’omicidio di suo padre?

“Guardando il telegiornale: avevo 10 anni e mezzo e rivivo quel momento come fosse successo ieri. Sono scappato fuori perché mi aspettavano gli amici, come se volessi fuggire con la mente. La vita di tutti noi è stata condizionata da questa perdita, e quando sono cresciuto sono entrato anche io nell’Arma. La vita è andata avanti ma il dolore non è mai passato, e in parallelo il desiderio di giustizia”.

Che persona era suo padre?

“Agli occhi di un bambino era un supereroe, che amava la sua famiglia. Avevamo un bellissimo rapporto e il ricordo torna anche su episodi all’apparenza minori, quando mi portava nel suo ufficio e mi faceva giocare con la macchina da scrivere. Ha lasciato un’amarezza il fatto che il suo gesto eroico alla Cascina Spiotta sia stato, di fatto, sottovalutato e dimenticato. Il processo servirà anche per rendere onore alla sua memoria”.