
Negri Il porcile, quel porcile, non era un porcile. O almeno, non corrispondeva al termine spregiativo. Perché era il rifugio, oseremmo...
Negri
Il porcile, quel porcile, non era un porcile. O almeno, non corrispondeva al termine spregiativo. Perché era il rifugio, oseremmo dire familiare e accogliente, di una ridotta rappresentanza suina. Rifugio temporaneo, si capisce, e lo intuivano anche i suoi inquilini. A vederli lì addossati in un loro roseo, terroso far niente parevano a schiena altrettanti marinai di Ulisse persi nella malìa di Circe, ma con una inquietudine rancorosa sul loro avvenire. La casa dei maiali - come la chiamava il vecchio compagno di naja, che aveva un mezzo podere a Ostra Vetere, bruno colle tra gallo e picchio - era un punto vivo di inedita consapevolezza. Nel chiuso dello steccato, su ogni maiale, pendeva un destino insaccato. Che solo a pensarci, non solo da porcelli ma soprattutto da umani, suscitava un senso di colpa non letterario nei confronti di una specie animale così totemica almeno per noi indoeuropei e così prossima alla parentela. Senza essere animalisti, provammo un rimorso inedito: “Crimini contro la suinità” provò a scherzare l’amico, ma nessuno rise. Intanto, dal fondo del porcile era spuntato il maiale più grasso, levando lo sguardo. Sì, perché di vero sguardo si trattava, consapevole di sé, accigliato, un occhio azzurro di gelida nobiltà, l’occhio di un patriarca di campagna, di un duca rurale. Sarà magari un problema nostro, anzi di certo lo è, ma essere fissati da un maiale (cosa che non capita spesso se non si è eredi del mestiere che fu del fido Eumeo) ci risultò essere esperienza assi penosa. Il patriarca, col suo sguardo accigliato, ci fissava dal sentiero biforcato dell’evoluzione, dalla vertigine di comuni ascendenze, da quel piccolo roditore che fu il capostipite di tutti i mammiferi. Su noi visitatori del podere, e dunque estranei, il maiale fissava il suo azzurro sdegno, come se fossimo convenuti lì solo per irridere la sua sorte. L’occhio del patriarca era più umano del nostro e si chiudeva su Circe e l’incantesimo di interscambio tra uomini e porci, contigua violenza di setole, norcini grufolanti, cruenti riti nell’aia o nel salumificio. Proprio vero: del maiale non si butta via niente. Nemmeno uno sguardo.