
Oliva A Milano i luoghi si aprono e si chiudono con la stessa velocità con cui si scorre un reel....
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A Milano i luoghi si aprono e si chiudono con la stessa velocità con cui si scorre un reel. Ma ogni tanto succede qualcosa di diverso: nasce uno spazio che non si limita a offrire un servizio, ma costruisce un piccolo rito urbano, un’esperienza che lascia traccia. È il caso di Onda Listening Bar, in via Bonvesin de la Riva 3. Qui non si viene solo per bere un buon cocktail. Si viene per ascoltare. Ispirato ai listening bar giapponesi, Onda porta a Milano una cultura dell’ascolto profondo, lontana dall’idea di “locale“ come luogo del rumore. Qui la musica è al centro, trattata con rispetto quasi religioso. I vinili girano, le casse vintage Altec del 1983 diffondono suoni caldi e avvolgenti, le playlist sono curate con una competenza che rasenta la filologia. Jazz, funk, elettronica: ogni sera diventa un viaggio, ogni selezione ha un senso narrativo. A curare lo spazio è lo studio Solum, che ha scelto un’estetica minimale ma accogliente, giocando con materiali che esaltano l’acustica e riducono le interferenze. Il bancone in travertino sembra sospeso, le luci sono calde, le sedute creano piccole isole di concentrazione. Dietro a Onda ci sono giovani imprenditori culturali che hanno deciso di puntare su un’idea precisa: rimettere al centro l’ascolto, in un mondo che ci bombarda costantemente di stimoli visivi e sonori. "Siamo cresciuti in un’epoca dove tutto è fast e multitasking - raccontano - ma abbiamo sentito il bisogno di creare un luogo che facesse esattamente l’opposto: un posto dove si viene per rallentare, per immergersi in una dimensione sonora pensata, per vivere un’esperienza non superficiale". Il risultato è un bar che assomiglia più a una galleria o a un piccolo teatro. Non ci sono dj set ad alto volume né serate a tema gridate sui social. Il sabato pomeriggio – uno dei momenti più suggestivi – si trasforma in un rituale di ascolto collettivo. Si abbassano le luci, si alza il volume, e parte un vinile dall’inizio alla fine. Nessuno parla. Nessuno scorre il telefono. Si ascolta. E basta. Una pratica che oggi può sembrare rivoluzionaria. O forse, semplicemente, necessaria.