CHIARA ARCESI
Cronaca

La strada per la città di tutti: "Rigenerare le comunità. E dare più spazi ai giovani"

Rossella Sacco del Forum Terzo settore: "Le persone devono partecipare. Per l’inclusione occorre rispondere ai bisogni primari di casa, lavoro e salute".

Rossella Sacco del Forum Terzo settore: "Le persone devono partecipare. Per l’inclusione occorre rispondere ai bisogni primari di casa, lavoro e salute".

Rossella Sacco del Forum Terzo settore: "Le persone devono partecipare. Per l’inclusione occorre rispondere ai bisogni primari di casa, lavoro e salute".

Rigenerazione urbana strutturale e di comunità, attenzione alle famiglie, ai giovani e all’inclusione sociale. È ciò che serve per costituire "una città per tutti", spiega Rossella Sacco, portavoce del Forum Terzo settore, con un’esperienza più che trentennale maturata nell’ambito della cooperazione sociale.

Quali interventi di rigenerazione servono a Milano dal punto di vista urbanistico? E da quello delle comunità?

"I due aspetti sono legati. I processi di rigenerazione urbana chiamano la comunità a rivedere la propria parte di territorio e a capire quale equilibrio nuovo deve ricostruire. È qui che il terzo settore ha un ruolo fondamentale, perché nei processi di trasformazione si trova in una situazione di prossimità con le persone. È in grado di dialogare e raccogliere le istanze e trasformarle, facendosi portavoce di domande e criticità, e di essere di supporto alle comunità".

Ad esempio?

"Pensiamo a NoLo, una delle zone più “faticose“ della città, dove l’impatto della trasformazione urbana andrà a modificare l’assetto tra piazzale Loreto e oltre, passando davanti a piazzetta Mosso. Oggi in quell’angolo di città abbiamo assistito ad un impegno economico e sociale di un pezzo importante del plesso annesso al parco Trotter, cui tanti hanno contribuito: la pubblica amministrazione, le fondazioni bancarie e di comunità e il terzo settore. Un processo importante di riqualificazione che ha restituito dignità e opportunità relazionali e lavorative per la comunità".

In generale c’è la necessità, sia nelle zone periferiche che in quelle centrali, di ripensare l’utilizzo degli spazi urbani progettando luoghi che vengano riempiti di contenuto.

"Sì. E mi sembra che sia nello spirito dell’attuale amministrazione. Ma attenzione, non può farlo da sola: nella logica della partecipazione della comunità, deve ripensare ai luoghi a partire dalla società civile, organizzata e non. Un esempio concreto possono essere i patti di collaborazione avviati, ma tanti altri strumenti devono vedere una piena applicazione nel percorso di co-programmazione".

Parliamo di giovani. Cosa si sta progettando per loro?

"Il terzo settore, le fondazioni e il Comune di Milano stanno cercando di dare una risposta più o meno sistematica per garantire loro alcuni spazi. Ad esempio il programma “La città dei giovani”, sostenuto da Fondazione di comunità con altri fondi privati, nato da uno studio del Politecnico con l’obiettivo di assegnare risorse economiche a gruppi di giovani per attivare o animare spazi in cui potersi esprimere: è un’urgenza, se si vuole produrre quella coesione sociale che impatta anche sulla sicurezza e sul benessere della comunità. Servono spazi per la condivisione del tempo lavoro e del tempo libero, dal coworking all’aggregazione culturale".

E per i giovani ai margini?

"C’è una divisione tra giovani che hanno strumenti e altri che hanno poco accesso a certi percorsi e opportunità. C’è chi delinque perché nella sua vita non ha mai avuto chi ha saputo accompagnarlo a diventare adulto e chi esprime la rabbia in modo diverso. Non parliamo solo di stranieri, ma anche di generazioni abbandonate dal punto di vista della formazione, delle relazioni. C’è la volontà di cambiare la narrativa di questi ragazzi e farli partecipare in modo pieno alla vita della città".

Tanti di questi giovani si dedicano al gioco d’azzardo mentre vivono sui loro cellulari.

"Purtroppo dalla pandemia la situazione è peggiorata e bisogna agire su questo. Molti adolescenti entrano nelle dipendenze da gioco; l’intervento che possiamo organizzare non può essere solo di tipo sanitario ma anche culturale e sociale. L’utilizzo della tecnologia non deve generare dipendenza e manipolazione. Penso, ad esempio, all’intelligenza artificiale: dovrebbe essere usata le cose importanti; semplificando il concetto, ad esempio in ambito sanitario per migliorare le performance, non per fare i temi. Dobbiamo difendere il potenziale dei giovani: alcuni fanno cose meravigliose e devono poter influenzare tutti gli altri. Bisogna formare gli adulti affinché capiscano come indirizzare i ragazzi".

Famiglia. Quali interventi servono?

"Gli interventi che vengono fatti sulle famiglie ad oggi sono quelli prioritari, diretti cioè al sostegno al reddito, con l’obiettivo di uscita dalla povertà. Tema abitativo a parte, ovviamente. Ma non ci sono molti investimenti legati alla necessità di accompagnare le famiglie nella crescita dei propri figli dal punto di vista educativo".

Inclusione sociale. Cosa fare?

"Per attuarla occorre dare una risposta ai bisogni di casa, salute e lavoro. I tre asset che favoriscono l’inclusione sociale sono questi, cui si aggiunge quello relazionale. Per favorire i processi di inclusione, la dignità del lavoro, dell’abitare e della presa in carico della propria salute non bisogna vivere isolati".