
Carla Fracci
Isa
Traversi*
ho vista mille volte morire, la grandissima Carla: Giselle, Giulietta, Sylphide, Ofelia ma la morte era sempre luminosa in lei e lasciava uno spiraglio all’infinito - dell’eterna fanciulla danzante - come la descriveva Montale. Carla Fracci appariva sempre, anche nel muoversi quotidiano, come illuminata da dentro, da una luce candida e il suo peso era di solidità impalpabile. E viene in mente il suo rapporto con la natura; lei, bambina cresciuta tra alberi e campi, guardando ai contadini che ben conoscono il valore delle radici, la tenacia, la solidità, l’equilibrio e il sacrificio. E’ attraverso questo impegno e ritualità che l’esile corpo della danzatrice si costruisce nel fragile acciaio della disciplina, nella grandiosità di un corpo-mente che incarna un solido unisono.
Nell’arte è il portato della vita, è il luogo in cui germoglia il talento: Carlina la dea, sacerdotessa e contadina, la dolcissima, l’aspra, tutto questo lo sapeva. Conosceva la magia del respiro profondo dell’universo che si amplifica fino alle periferie del gesto per raggiungere chiunque lo guardasse. Vederla danzare era sentirsene toccati, entrare in empatia, in relazione profonda, in una forma unica d’intimità, commozione e bellezza. La sua danza sapeva alleggerire e trasformare la gravità del peso del vivere, infondendo speranza e fiducia al suo immenso pubblico adorante ovunque andasse.
Era la leggerezza che si oppone al greve e lo vince. Da piccola, allieva della Scala, la spiavo mentre studiava o provava in Sala Cecchetti; noi bambine avevamo allora il privilegio di vivere la Scuola di danza scaligera in teatro e di vedere muoversi attorno a noi grandi artisti, respirare la loro aria, sentirne le parole tra l’odore delle stoffe dei costumi e dei legni delle scene. Per me Carla Fracci è stata la più grande. Nessuno ha superato quell’aura poetica creatrice e quasi sovrannaturale di un’artista totale, interprete unica che ha detto attraverso la danza la sua parola nel mondo. E la sua parola era nuova, libera, coraggiosa e sconfinante. Leopardi diceva "Farsi una lingua con le proprie mani". Ecco lei ci è riuscita! Non dimentichiamo che oltre a essere la danzatrice sublime che ha attraversato mirabilmente tutti i ruoli canonici del balletto classico più puro, si è inoltrata nell’eterogeneità non convenzionale di coreografie moderne e contemporanee, è stata persino attrice e che attrice! Non è stata étoile intoccabile e lontana, era fatta di luce ma anche di terra, sublime e concreta.
Penso, adesso che ne piangiamo la morte, al suo corpo di commovente fragilità e bellezza, a quello di tutti noi, che non smettiamo di ringraziarla perché ci ha aiutati a vivere. Questo fa l’antica arte del teatro e della danza quando nasce un talento smisurato come il suo. Ciao Carlina, magari adesso riuscirai a realizzare il sogno di una compagnia nazionale, tu che hai fatto quasi tutto e hai avuto il mondo ai tuoi piedi, avevi forse quest’unico rammarico.
*Coreografa-regista