
Medico (Foto di repertorio)
Milano, 8 maggio 2016 - Il dottor Alfredo B. ha dovuto aspettare ben 11 anni prima di conoscere il verdetto. In linea con i tempi da lumaca della giustizia italiana. Alla fine, però, la Corte dei Conti della Lombardia lo ha assolto dall’accusa di iperprescrizione di farmaci ai suoi pazienti con una sentenza destinata a fare giurisprudenza: niente danno erariale, anzi ora l’Ats Città metropolitana di Milano (che nel frattempo ha ereditato le funzioni dell’Asl Città di Milano) e la Regione Lombardia dovranno pure rimborsagli 2.500 euro di spese legali. La storia ha inizio l’8 luglio 2005, quando la Guardia di Finanza avvia un’indagine per un’ipotesi di danno erariale a carico di alcuni medici di famiglia in convenzione col Servizio sanitario nazionale per il periodo 2002-2004.
Tra loro figura pure il nome del dottor B., al quale l’Asl contesta in una relazione «807 casi di assistiti che avrebbero ricevuto una o più prescrizioni per le quali si ravvisava la necessità di chiarimenti del medico interessato o che apparivano palesemente incongrue». In pratica, il medico viene accusato di «una condotta prescrittiva particolarmente difforme rispetto alla generalità dei medici operanti nell’ambito della stessa Asl», nonché di aver violato «i principi di economicità e riduzione degli sprechi». Il conto è salato: 36.951,88 euro, che altro non è che il costo del surplus di medicinali somministrati via ricetta ai pazienti «e posti a carico del Servizio sanitario nazionale». Il dottor B. non ci sta e si difende punto su punto, peraltro agevolato dall’impossibilità dell’Asl «alla produzione in cartaceo delle ricette, depositate presso i magazzini di società incaricata esterna e destinate al macero».
Cancellati dalla prescrizione gli addebiti del periodo 2003-2004 (i primi atti di costituzione in mora risalgono al 2012, ben oltre il termine di 5 anni previsto dalla legge), il medico di famiglia viene assolto per l’anno 2002: «Il merito criterio statistico del danno da “iperprescrizione” – sottolinea il collegio presieduto da Luisa Motolese – non può dare adito, se non accompagnato da un concreto e analitico riscontro oggettivo di condotte gravemente colpose (la Procura aveva ipotizzato addirittura il dolo, ndr) in relazione a singoli, accertati e individuati episodi, all’automatica sussistenza di una gravemente colposa condotta foriera di danno erariale». Insomma: il meccanismo non è affatto automatico, servono prove circostanziate. Tradotto: il dottor B. non ha commesso alcun illecito. nicola.palma@ilgiorno.net