SIMONA BALLATORE
Cronaca

Monsignor Torriani dal Collegio San Carlo a Crotone: “Eccellenza? Resto don Alberto. I sorrisi meglio dei predicozzi”

Nominato arcivescovo da Papa Francesco: la sua fragilità dà forza e speranza. “Giovani, carceri e ospedali: la mia missione partirà dal dialogo. E dalla cura dell’ambiente”

Monsignor Alberto Torriani, 53 anni, è il nuovo arcivescovo di Crotone-Santa Severina, dove farà ingresso il 30 marzo. Al centro l’ordinazione in Duomo con l’arcivescovo Mario Delpini. A destra una foto giovanile

Monsignor Alberto Torriani, 53 anni, è il nuovo arcivescovo di Crotone-Santa Severina, dove farà ingresso il 30 marzo. Al centro l’ordinazione in Duomo con l’arcivescovo Mario Delpini. A destra una foto giovanile

Milano – “Sono don Alberto”. Non riesce ancora a farsi chiamare “Sua Eccellenza“, anche se è già stato eletto vescovo da Papa Francesco e partirà tra un mese per la nuova destinazione: Crotone. Il vescovo Alberto Torriani risponde al telefono dalla sala riunioni del Collegio San Carlo, la stessa dalla quale, da rettore, ha gestito l’emergenza pandemica, “tenendo famiglie e ragazzi agganciati”.

Prima reazione dopo la chiamata improvvisa del Papa?

“Sorpresa e sgomento hanno sovrastato emozioni e sentimenti. Si sono zittite le parole, sono aumentati i battiti del cuore. L’ho detto anche ai ragazzi del Collegio San Carlo: ho vissuto sentimenti contrastanti, commozione e lacrime, siamo umani. Poi però affronti tutto con la coscienza di chi ha messo la Chiesa davanti alla sua vita, accogli il cambiamento, trovi energie e risorse. Quella chiamata mi ha ricordato la vita donata. Ancora oggi temo il distacco da luoghi e persone che sono la mia casa, ma porto con me una trama di relazioni ed esperienze con la quale leggerò anche la realtà di Crotone”.

In questi giorni di ansia per la salute del pontefice, come ricorda l’incontro tra voi?

“È stato un incontro paterno, da padre a figlio, prima dell’ordinazione. Papa Francesco stava bene, aveva solo il dolore alla spalla. Ho visto in lui la fragilità, ma anche una forza incredibile. Quasi che il corpo sia diventato fragile proprio per quella forza di vita e di speranza che contiene, come una valigia stracolma. Ci siamo confrontati e abbiamo riflettuto insieme sul ruolo della Chiesa oggi in quelle terre, che imparerò a conoscere”.

Qual è stato l’augurio?

“Il primo: recitare tutti i giorni, dal momento dell’ordinazione fino al resto della mia vita, una preghiera particolare, la preghiera del buonumore, dei sorrisi e della gioia, di Tommaso Moro. E poi l’augurio di essere vicino ai sacerdoti, alla gente: “Saprai tu come declinare questa vicinanza, che va custodita“”.

I giovani sono stati al centro del suo percorso, dai primi incarichi da sacerdote al rettorato del Collegio San Carlo.

“Porterò con me questo sguardo delicato sui giovani, anche se l’impegno sarà più ampio. Lascio una comunità che mi ha voluto bene. Anch’io in questi anni forse ho voluto più bene al collegio e ai ragazzi che alla “vocazione“, ho dovuto rincorrere i momenti di raccoglimento e preghiera, ne dovrò rendere conto (sorride). Ma così abbiamo superato insieme anche i passaggi faticosi del Covid, guardando al futuro con speranza”.

Giovani e famiglie sono così fragili anche dal vostro osservatorio?

“Al di là di parlare della fragilità, innegabile, bisogna trovare il modo di agganciarli e di tenerci agganciati vicendevolmente, di trasformare la fragilità in occasione. Ogni mattina mi metto al portone: saluto tutti uno ad uno, per dare il benvenuto, per capire quando gli sguardi si fanno più cupi, è un modo per “timbrare la giornata“, per esserci. Ho imparato da don Aldo”.

Ricomincerà da qui?

“Inizierò a conoscere una realtà per me nuova dalle persone, dai sacerdoti, dalla gente che vive tra fatiche e dolori: le prime visite saranno nei luoghi dove c’è bisogno di speranza, nelle carceri, negli ospedali, incontrerò una comunità di giovani. Non per fare un predicozzo ma per aprire un dialogo”.

Dovrà affrontare anche due tematiche che stanno a cuore a Papa Francesco: ambiente, in in una terra che fa ancora i conti con veleni, e salute.

“Temi che sento “rimbalzare“ negli spazi e nelle attese. Un vescovo non arriva e risolve tutti i problemi, ma condivide esperienze di vita, costruisce trame di relazioni, invita alla responsabilità, anche pubblica. È la via per aiutare questa terra a rigenerarsi. In un passo del Vangelo, citando il “partito“ al quale appartengo, nel giorno della resurrezione le bende sono ripiegate per bene e non sfilacciate, né consumate. In quell’immagine io vedo la forza delle relazioni”.

Nel suo stemma ha voluto quattro cuori: quali sono?

“I luoghi che porto con me e sperimenterò nel battito accelerato: Novate Milanese, che è gioventù, casa, vocazione; Monza, prima esperienza sacerdotale e scuola; Gorla Minore, prime responsabilità. E Milano, il Collegio San Carlo, la parrocchia Santa Maria del Rosario. Dietro ciascun luogo, volti e persone”.

Un augurio alla sua Milano?

“Continuare a imparare ad essere luogo e trama di relazioni belle, dove sentirsi casa. E non lasciare indietro nessuno, creare accoglienza. Lo sguardo va anche ai giovani che vengono dal Sud per studiare: tema caldissimo. Milano non sia escludente”.