
I funerali delle 17 vittime della strage di piazza Fontana
Cinquant’anni dopo la strage di Piazza Fontana, con 17 morti e 88 feriti, la serie di articoli con cui “Il Giorno” intende ricordare e raccontare quella drammatica stagione arriva alla terza puntata. Al centro della storia, la tragica vicenda di Pino Pinelli, l’anarchico che volò dalla finestra della questura di Milano in circostanze da sempre al centro di misteri e polemiche. Fino al 12 dicembre il nostro quotidiano dedicherà una serie di articoli a un evento che ha modificato per sempre gli equilibri della vita cittadina e dell’intero Paese. Milano, 1 novembre 2019 - Cielo grigio come gli animi delle centomila e più persone che affollano piazza Duomo per i funerali. Lunedì 15 dicembre 1969, tre giorni dopo la bomba che ha ucciso 17 persone ferendone 88 in piazza Fontana, mentre la città si stringe attonita intorno alle bare allineate, il ballerino anarchico Pietro Valpreda sta per diventare un “mostro” da prima pagina perché il tassista Rolandi è pronto a riconoscerlo come l’uomo con la borsa che ha portato in taxi a due passi dalla Banca nazionale dell’Agricoltura.
In via Fatebenefratelli, nei corridoi dell’Ufficio politico al quarto piano, di tutti i fermati nelle ore successive alla strage è rimasto un anarchico che tutti conoscono: è Giuseppe (Pino) Pinelli, 41 anni, ferroviere, sposato, due figlie piccole. In realtà sono già scaduti i termini del fermo di polizia, nei quali poteva essere sentito senza che un magistrato ne venisse informato, ma gli uomini del capo Nino Allegra e del commissario Luigi Calabresi non lo lasciano andare, sospettano che sappia chi ha messo la bomba. La “soffiata” è arrivata da un altro anarchico che è anche informatore di Calabresi, Enrico Rovelli, futuro impresario discografico di Patty Pravo e Vasco Rossi. In quei momenti, in realtà, a comandare sono gli uomini arrivati subito dopo la strage da Roma, dall’Ufficio affari riservati, il servizio segreto civile che fa capo al prefetto Federico Umberto D’Amato e al suo vice Silvano Russomanno, quest’ultimo salito a Milano per guidare di persona le indagini nell’unica direzione gradita, quella degli anarchici.
Ma Pinelli, che in pratica non dorme da due giorni e quasi non ha mangiato, su Piazza Fontana non ha niente da dire. Nemmeno dopo che Calabresi lo informa falsamente (un “saltafosso”) che Valpreda ha confessato. Nei minuti intorno a mezzanotte, all’improvviso, il ferroviere vola misteriosamente dalla finestra della stanza al quarto piano e si schianta sul selciato del cortile interno. Ad avvisare la moglie Licia, suonando alla sua porta di casa sua, non saranno i poliziotti ma tre giornalisti. E il “Giorno” sarà tra quelli che fin dal primo momento dubitano della versione ufficiale fornita in nottata dal questore Marcello Guida, uomo d’altri tempi che a fine anni ’30 è stato direttore del confino politico di Ventotene: «Pinelli era fortemente indiziato, si è suicidato».
Nei giorni a seguire, i tre poliziotti e il carabiniere presenti nella stanza dove si trovava l’anarchico si contraddicono, raccontano quei momenti in modo diverso, si smentiscono a vicenda. Dal suicidio si passa alla versione della caduta accidentale dalla finestra. Familiari, amici e compagni di Pinelli sospettano che invece sia stato buttato di sotto. Sarà il giudice Gerardo D’Ambrosio, ma solo alcuni anni dopo, a riaprire l’inchiesta (all’inizio archiviata) su quella strana morte e a concluderla però in modo altrettanto strano: non è stato suicidio ma non c’è prova che qualcuno l’abbia spinto nel vuoto. Dunque non c’è alternativa: Pinelli era sotto stress e si è sentito male, ha avuto un capogiro, ma invece di finire steso a terra o tutt’al più su una sedia, volendo prender aria si è avvicinato alla finestra ed è caduto di sotto. Un caso senza precedenti di malore “attivo”.
(3- Continua)