
L'inseguimento è iniziato in corso Como, nella zona Nord di Milano, ed è terminato a sud della città in via Ripamonti
Milano, 4 aprile 2025 – L’urto tra la Giulietta dei carabinieri e lo scooterone su cui viaggiava Ramy Elgaml, il diciannovenne egiziano morto al termine di un lungo inseguimento andato in scena lo scorso 24 novembre a Milano, “non può essere avvenuto in prossimità del palo semaforico, bensì poco prima dell’intersezione, quando i veicoli erano affiancati”.
L’analisi
È la conclusione a cui è giunto l’ingegnere Matteo Villaraggia, consulente dei familiari del giovane assistiti dall’avvocata Barbara Indovina, sottolineando che se il TMax guidato da Fares Bouzidi non fosse stato urtato “magari” avrebbe proseguito “mediante una traiettoria rettilinea”, senza schiantarsi contro il semaforo all’angolo tra via Ripamonti e via Quaranta.

La tesi della Procura
Una ricostruzione diversa da quella tracciata per conto della Procura dall’ingegnere Domenico Romaniello, secondo cui non sarebbe avvenuto “alcun urto preliminare” nella zona non coperta da telecamere. Una tesi avvalorata da tre elementi, secondo il perito dei pubblici ministeri: la “mancata perfetta corrispondenza dei punti di contatto dei danni rilevati sui due veicoli nel caso di accostamento longitudinale”; il “pieno controllo” del TMax da parte di Bouzidi “in ingresso nell’area” dell’incrocio; la velocità di auto e moto negli ultimi metri.