GIULIA BONEZZI
Cronaca

Viaggio nella “malattia” dei medici lombardi: “Più di metà ha pensato di abbandonare la professione”

Un’indagine epidemiologica condotta dal sindacato Anaao-Assomed su quasi 1.400 medici lombardi. Aspettative deluse per 3 su 4: "Compensi insufficienti, burocrazia e rapporti deteriorati coi pazienti"

Quasi sei medici su dieci si dicono insoddisfatti

Quasi sei medici su dieci si dicono insoddisfatti

Milano – Quasi sei su dieci – il 57% – sono insoddisfatti perché non si sentono valorizzati sul lavoro; più di uno su quattro - il 27% - ha cambiato posto negli ultimi cinque anni e un altro 26% è intenzionato a farlo nei prossimi 12 mesi; il 53% ha considerato la possibilità di abbandonare direttamente la professione: più di un medico su due.

La crisi profonda dei camici bianchi, che emerge quotidianamente al tornasole di pronto soccorso sguarniti e medici di base insostituiti, di concorsi deserti e numeri chiusi inutili per specializzazioni che lasciano meno agio alla libera professione, di liste d’attesa per una prima visita che battono quelle per sofisticati (e iperprescritti) esami strumentali, questa volta la fotografa un’indagine epidemiologica che i diretti interessati, nella doppia veste di malati e dottori, hanno rivolto su se stessi.

Commissionata dall’Anaao-Assomed (il principale sindacato dei medici ospedalieri) Lombardia, con un questionario validato dagli psicologi della Bicocca, al quale hanno risposto 1.369 camici bianchi lombardi dai 25 ai 74 anni e da meno di cinque a oltre un quarto di secolo d’anzianità di servizio. Tra i motivi d’insoddisfazione il più gettonato (citato da oltre il 34% degli intervistati) è la "mancata valorizzazione delle risorse umane", seguita a ruota dal "poco tempo per la vita privata" (27,2%) e dagli "eccessivi carichi di lavoro" (21,3%).

C’è sicuramente un problema economico alla radice: un mostruoso 93% dei medici ritiene che gli attuali livelli di retribuzione non siano congrui rispetto alla complessità della professione, e proprio questa congruità dei compensi è ritenuta la parte in cui essa è più cambiata rispetto al passato (per il 30%), seguita dall’aumento del carico burocratico, dalla svalutazione della professione e dal ricorso a medicina difensiva (23%), dall’eccessivo carico di lavoro (20% circa) e dal deterioramento dei rapporti con l’utenza (17%).

Su quest’ultimo fronte, per tre intervistati su 4 le aspettative che avevano a inizio carriera sul valore della propria professione sono state disattese e quasi metà (il 49%) osserva che l’immagine pubblica del medico sia cambiata in peggio: oltre il 60% reputa che l’utenza lo consideri meno competente (70%) e meno umano (67%), l’87% pensa che le richieste dei pazienti determinino nel medico un sovraccarico psicologico maggiore, il 66% che le nuove possibilità, da parte degli utenti, di contattarlo con i dispositivi digitali interferiscano con l’attività lavorativa e il 73% che interferiscano con la sua vita privata.

Il 71% giudica "svalutante" la percezione che il proprio operato sia giudicato dall’utente più in base alla risposta alle richieste di attenzione che in base all’effettiva competenza del professionista. Il 73% dei medici intervistati dice di temere, più che in passato, aggressioni verbali o fisiche da parte dei pazienti; il 93% di temere di più conseguenze legali dalla propria attività e l’85% concorda che si prescrivano più accertamenti del necessario (contribuendo anche all’esplosione delle liste d’attesa). Una percentuale sempre superiore all’80% soffre il fatto che il carico burocratico limiti il tempo dedicato e riduca la qualità dell’attività clinica; il 61% ritiene che i parametri con i quali le aziende sanitarie valutano l’operato dei medici siano inadeguati.

"Emerge un disagio diffuso che tocca molteplici aspetti - osserva Stefano Magnone, segretario regionale di Anaao-Assomed –. Sebbene molti problemi siano legati a fattori difficilmente modificabili, i professionisti potrebbero trarre beneficio da azioni preventive, a livello primario e secondario" per "migliorare la qualità della vita degli operatori ma anche i servizi ai pazienti".