
Una manifestazione contro la violenza sulle donne
Milano – «Sentivo mio marito, di notte, affilare i coltelli in cucina per ammazzarmi. Ho capito che dovevo scappare con i miei figli. Altrimenti oggi non avrebbero più una madre e forse non ci sarebbero più neanche loro. È questo pensiero terribile che mi ha fatto guardare in faccia la realtà". Anna (nome di fantasia), 40 anni, e i suoi ragazzi, alle elementari, sono in salvo. Dopo un anno trascorso in comunità adesso abitano in un alloggio protetto dell’Asilo Mariuccia in una località lombarda. Vivono ancora in un luogo custodito e riservato, mentre il processo in cui è imputato il marito si concluderà a ottobre.
Come si esce dalla spirale della violenza?
"Passando dalla paura e alla consapevolezza. Dopo anni di soprusi e di insulti la situazione era degenerata. Eravamo entrati nell’ultimo stadio, quello dopo è la tragedia".
Cosa direbbe alle donne che vivono il suo stesso inferno?
"Di avere il coraggio di andarsene. Di non rimandare la scelta a domani. Può essere tardi. La morte di Giulia Tramontano mi ha scossa: non ho dormito per giorni pensando a lei e al suo bambino. Le nostre storie sono diverse, ma avrei potuto fare la stessa fine. È drammatico rendersene conto".
Quando è cominciato tutto?
"Dopo anni di matrimonio all’apparenza felice, lui ha perso il lavoro e io aspettavo il secondo figlio. Mio marito voleva che abortissi, ma non me la sono sentita. Giorno dopo giorno è scivolato nell’alcolismo, beveva e diventava aggressivo. Stava fuori intere giornate e quando rientrava erano urla, minacce. Era un ambiente terribile anche per i bambini. Ora mi rendo conto che c’erano piccoli segnali fin dai primi tempi: parole dietro le quali si nascondeva la sopraffazione. Ma avevo lasciato correre".
Cosa l’ha trattenuta dall’andarsene per tanto tempo?
"Il senso di colpa che nasce da un impegno preso in modo distorto: noi donne dobbiamo avere cura di tutti, anche di chi ci fa del male, sempre e comunque. A un certo punto lui ha avuto una malattia seria e io ho rimandato la rottura. Ma ero già stata da un avvocato per la separazione. E anche dall’assistente sociale. Alla fine ho capito che una relazione malata va chiusa e gli ho detto che volevamo andarcene".
E lui non l’ha accettato?
"All’inizio ci ha completamente ignorati. Tornava a casa, faceva la doccia e usciva come se noi non ci fossimo. Poi un giorno è tornato con una borsa piena di coltelli: lame lunghe 30 centimetri. Ha detto che li aveva presi per regalarli a dei parenti. Ma quando si è messo ad affilarli in piena notte dopo l’ennesima minaccia ho capito che li avrebbe usati. Ero in camera, a letto. Avevo il telefono accanto a me. Pensavo: se si muove reagisco, chiamo subito aiuto. Ma il terrore ti paralizza, non ero neppure in grado di comporre il 112. Ho finto di dormire e credo che questa sia stata la nostra salvezza. All’alba sono andata dai carabinieri, siamo tornati a prendere i ragazzi, ci hanno aiutati in ogni modo".
Da quel giorno è cominciata un’altra vita per voi.
"Sì della vecchia è rimasto solo il lavoro: assisto una famiglia, ma non la stessa con la quale ho mantenuto lui e i ragazzi nel periodo più nero, quello del limbo, prima della decisione che ci ha dato un’altra chance. Mentirei se dicessi che è stato facile: abbiamo perso tutto in un attimo. Siamo scappati con i vestiti che avevamo addosso. Ma voglio dire una cosa alle altre donne che vivono una situazione simile: i miei figli hanno ritrovato quasi subito la serenità persa da anni e io anche, nonostante le mille difficoltà quotidiane".
Si è pentita?
"Neanche per un istante. La storia di Giulia mi ha fatto capire che sono una sopravvissuta".