
Edoardo Prati
Milano – Un’educazione sentimentale. Attraverso i classici. Ma adeguata ai tempi. Questo l’orizzonte in cui si muove Edoardo Prati, 21 anni da Rimini, ricciolone e occhialuto, la voce adulta, come le passioni. Coi suoi video spopola sui social, raccontando della vita attraverso la letteratura. Mentre in tv è ormai ospite fisso (o quasi) da Fazio. Rimane solo il teatro da conquistare. E così eccolo agli Arcimboldi, lunedì, con “Cantami d’amore”, scritto insieme a Manuela Mazzocchi e al regista Enrico Zaccheo. Un delicato viaggio nei cuori e nei batticuori. Muovendosi fra Battiato e Torquato Tasso.

Edoardo, come mai a teatro? “Mi considero figlio d’arte, svezzato dal mio bisnonno di 93 anni, una vita da impresario e illusionista. È lui che ha imposto il teatro in famiglia. E noi ci andavamo ogni domenica, era la nostra messa. A casa poi coi burattini rifacevo lo spettacolo che avevamo appena visto. Ma c’è anche un discorso legato all’immedesimazione”.
Cosa intende?
“Ci sono molti modi per avvicinare la lettura e il mio è quello di ritrovare nelle pagine qualche traccia di me. Beatrice non esiste se non è anche la tua di fidanzata. E il teatro è proprio l’arte dell’immedesimazione”.
Non rischia di essere un criterio troppo selettivo?
“No, perché non cerco solo personaggi che mi corrispondano. Forse però il concetto effettivamente non è preciso. Diciamo che è una propensione a cercare nelle opere qualcosa da riportare nella vita reale. Può racchiudersi perfino in una sola parola e riguarda tutti i testi. Nel momento in cui trovi quel qualcosa, si compone una rete di rimandi con cui osservare il mondo”.
Ed è questa rete che ha voluto condividere sui social?
“Non subito. In seconda media raccontavo quello che leggevo. E per fortuna sono video che non si trovano più in giro… Alle superiori ripetevo le lezioni in un minuto, mentre poi le cose sono iniziate a cambiare quando è scattato quel meccanismo di condivisione a cui accennavi. Ma le cose mi sembrano di nuovo in movimento”.
Verso dove?
“Una forma più umana, forse. All’inizio sentivo forte l’esigenza di una serietà assoluta, che mi legittimasse, senza dar modo di essere criticato per i miei 19 anni, in una sorta di ageismo al contrario. Ora mi sto un po’ sciogliendo”.
La discriminazione per età è un discorso generazionale.
“Una catastrofe sociale. Delegittimare i giovani significa estromettere la parte di pensiero più innovativa. Per altro non attaccando i contenuti ma il semplice diritto ad intervenire”.
Perché parlare d’amore?
“Mi sono innamorato. È questa la ragione. Un amore non subito corrisposto. E allora ho cercato una risposta nella “Vita nuova” di Dante, in Cavalcanti, Tasso, Frida Kahlo, Patroni Griffi. Solo per capire che era sciocco attendersi una risposta e che il valore è nel percorso”.
Cosa sta leggendo?
“La monaca di Diderot, pescato su una bancarella. Lo conoscevo per l’Enciclopedia ma qualche giorno fa sotto la doccia sono andato in fissa sul suo nome, su quelle sillabe dentali. Ho sentito il bisogno di approfondirlo, ritrovando alcuni temi della “Novella degli scacchi” di Stefan Zweig. Credo che ne parlerò anche da Fazio”.
Della doccia?
“Non posso entrare nei dettagli. C’è però un concetto che emerge e che mi sta a cuore: torturare una persona significa togliergli la possibilità di astrarsi”.
Ma è vero che legge un libro al giorno?
“No, e non mi sognerei mai di affermarlo. Leggo tutti i giorni, come tanti”.
Crede ancora nel potere salvifico della parola?
“Voglio crederci, anche se appare come un concetto in potenza, visto che oggi si usano parole svuotate di peso. Eppure il linguaggio è ciò che ci contraddistingue, come sottolinea Dante. Gli Angeli si riconoscono allo sguardo e gli animali per istinto. Ogni uomo invece, proprio per la parola, appare come una specie a sé. Forse oggi ce ne sono troppe di specie a sé. Oltre ad esserci un problema di ignoranza. In quanti si perdono di fronte a una frase con due subordinate?”.
Anche in questo caso si accusano spesso i più giovani.
“I giovani almeno hanno ancora una testa fresca, con cui rimediare. I miei hater più sfrontati sono tutti sopra i 40 anni”.
Come fa a conviverci?
“Ci convivo male. E la categoria degli odiatori è complessa. Ci sono quelli che ti accusano di essere radical chic o che non ti sopportano per la cravatta, gente così. Ma ci sono anche gli odiatori culturali, quelli più fastidiosi, che non capisco cosa vogliono. Io non insegno nulla e non sono nemmeno un divulgatore”.
Quindi cos’è Edoardo?
“Uno studente che racconta la vita. Il mio non è altro che un semplice atto del raccontare”.