DIEGO VINCENTI
Cultura e Spettacoli

Fatboy Slim ai Magazzini Generali: “Altro che star, ero solo un sex symbol”

Milano, il dj-icona generazionale a cavallo del millennio tra glorie passate e attuali: “Non rimpiango nulla. Le differenze nel clubbing rispetto ai miei tempi? I giovani son gli stessi, c’erano meno telefonini...”

Fatboy Slim, all’anagrafe Quentin Leo Cook, 61 anni

Fatboy Slim, all’anagrafe Quentin Leo Cook, 61 anni

Milano – Nel 1998 cantava: “Fatboy Slim is fucking in Heaven”. Ripetendolo per circa quattro minuti. Se avete dubbi sulla traduzione, il web dovrebbe aiutare. A distanza di tempo, diciamo che rimane sintesi del momento d’oro del dj inglese, per gli amici Norman Cook. Che a cavallo del millennio raccoglieva dischi di platino a manciate, suonando in spiaggia davanti a centinaia di migliaia di persone: da Brighton a Rio (meglio la seconda, comunque). Da allora una solidissima carriera dietro la console. Giusto un filo smussando il vecchio adagio: eat, sleep, rave, repeat. Ma neanche troppo. E stasera lo si rivede ai Magazzini Generali. Con in apertura dj Kharfi.

Norman, com’è il dj-set stasera a Milano?

“Due ore di musica. Con momenti speciali, come il mio mash-up di “Born slippy“ degli Underworld con “Mr. Brightside“ dei The Killers, che fa impazzire tutti”.

Ma com’è il clubbing oggi rispetto a quando ha iniziato?

“La grande differenza è che all’epoca c’erano molti meno telefoni. Ma i cambiamenti hanno riguardato anche la figura di noi dj. Se devo ripensare a quegli anni, non eravamo certo considerati star dall’opinione pubblica. I dj erano per lo più solo dei grandi amanti della musica, dei veri appassionati che avevano deciso di spendere tutti i loro soldi in dischi”.

E quanto sono cambiati invece i ragazzi di fronte a lei?

“A me sembrano più o meno gli stessi. Almeno nel complesso. Perché poi ogni anno è come se si assistesse a un nuovo ingresso. Credo funzioni così, perché nel frattempo io invecchio e i ragazzi in prima fila no!”.

La svolta nella sua carriera?

“Il momento in cui ho realizzato di essere meglio come dj che come bassista o chitarrista. Una presa di coscienza illuminante”.

Com’è suonare sulla spiaggia di fronte a centinaia di migliaia di persone?

“Emozionante e spaventoso allo stesso tempo. Sei talmente eccitato che è impossibile riuscire a rilassarsi, anche solo per un secondo. Di base non puoi fare a meno di pensare che tutta quella gente ti sta guardando fissa. Sono però anche momenti straordinari, come quelli che si vivono in certi festival. Mi viene in mente Glastonbury, quei passaggi notturni di completo abbandono, di solito poco prima dell’alba”.

Qualcuno la considera un simbolo generazionale, di quel periodo complesso a cavallo del millennio.

“Non so gli altri ma io in quelle stagioni mi consideravo al massimo un sex symbol. Ma purtroppo quei giorni sono finiti...”.

C’è qualcosa che farebbe diversamente oggi?

“Non cambierei nulla e non mi pento di niente. Ho avuto e sto avendo una carriera meravigliosa”.

Cosa l’aspetta nei prossimi mesi?

“Ho appena finito uno di quei libri che in Inghilterra chiamiamo “coffee table book“: opere di grande formato, da tavolino, che sfogli mentre sorseggi una tazza di qualcosa. È un libro per celebrare i miei 40 anni nel mondo dello spettacolo. Per il resto arriva l’estate, la stagione dei festival. E io come al solito sarò in giro per palcoscenici”.