
Joe Bastianich
Milano, 14 settembre 2019 - Hey Joe, dove te ne vai con quella chitarra fra le mani? Incipit che suonerà un filo blasfemo ai cultori di Jimi Hendrix. Ma rende bene l’idea della nuova avventura intrapresa da Bastianich: un viaggio musicale. In solitaria. A raccontare se stessi e la propria storia. Quindi per un attimo si mettono da parte mestoli, progetti imprenditoriali, set televisivi (e pazienza che già lo aspettino sul palco di Amici Celebrities). Per concentrarsi su “Aka Joe”, debutto discografico, in uscita il 20 settembre per la Universal. Dodici tracce. In cui i ricordi s’intrecciano con il mondo e le sue storture. Per un cantautorato molto americano, in cui si respirano influenze rock, country, blues.
Bastianich, è stato difficile entrare nell’intimo della propria storia?
«Sono una persona introspettiva, guardo al mio passato per capire chi sono oggi. La musica mi ha sempre accompagnato e queste canzoni che ho scritto raccontano i vari passaggi della vita di un ragazzo italoamericano cresciuto a New York, in una famiglia dove la musica rock era usata come escape (“fuga”, nda). Ci sono incontri, figure importanti, storie d’amore. Ma anche alcuni temi sociali, come la violenza legata al possesso delle armi da fuoco o l’imperialismo americano. Direi che è il classico cantautorato. In questo senso Bruce Springsteen è il migliore, unisce la sua vita con quella di un popolo».
Quale storia è stata più difficile da raccontare?
«Non saprei. A volte ho provato dolore. Come quando hai un dente marcio: fa male quando lo togli ma poi stai meglio».
Possibile un parallelismo con la cucina?
«Si può fare con il vino, perché credo fortemente ai progetti che resistono al tempo, tramandandosi di generazione in generazione. La musica rimane. E anche il vino. Nel mio Vespa Bianco, che da anni assemblo personalmente, credo ci sia la possibilità di conoscermi un po’ meglio. Lo stesso succede ascoltando l’album. Se poi si fanno le due cose contemporaneamente, si può vivere una vera esperienza mistica, erotica».
Cosa si può scoprire?
«Un Joe senza filtro, personale, vero. La mia visione del mondo. Il ricordo di quando mi sentivo un ragazzino di seconda classe perché proveniente da una famiglia di immigrati italiani, in cui cibo e musica erano riferimenti fondamentali per mantenere vive le nostre radici istriane. Si possono scoprire la povertà e il desiderio di allontanarsene. Ma anche le canzoni di mio padre fisarmonicista, in cui cantava di immigrazione».
Perché ha dedicato un brano a sua nonna?
«Ho avuto la fortuna di essere circondato da donne molto forti. Nonna Erminia è la base della mia storia, ha vissuto un periodo difficile ma è riuscita a costruire una vita diversa che io ho potuto vivere. Mi ha cresciuto con valori che per me rimangono come punti di riferimento. La considero anche responsabile del disco, visto che mi ha sempre ripetuto: “Giuseppino, tu puoi fare quello che vuoi nella vita”». E io ci ho creduto».
Ma davvero la chiama Giuseppino?
«Sì…».
Lei ha sempre unito passione e spirito imprenditoriale, che obiettivo si è posto con questo progetto?
«Dopo aver fatto tante cose nella vita mi posso permettere un momento più artistico. E così forse per la prima volta mi sto confrontando con una cosa senza budget. Ma la musica è per me un’espressione pura della passione, e allora le conseguenze economiche rimangono in secondo piano. Magari un giorno ci pagherò l’affitto con la chitarra. Per adesso no».
È in controtendenza mettere da parte la cucina per buttarsi sulla musica.
«Ha ragione. Ma sono un po’ pazzo».