
Luca Zingaretti dietro la macchina da presa (foto di Duccio Giordano)
“Giocavo da mediano, la mia grande passione era il calcio. Ero un “cagnaccio”, non mollavo un pallone neanche morto. Nello stesso tempo a scuola mi coinvolgevano sempre nelle recite scolastiche. Fino a che al liceo non ci fu un corso di teatro e fu una folgorazione. Da lì feci poi l’esame all’Accademia d’arte drammatica, ma mai e poi mai ci speravo: c’erano 800 candidati e 20 posti. E invece mi presero”. Si racconta così Luca Zingaretti, uno degli attori più amati e popolari soprattutto grazie al personaggio di Salvo Montalbano, uscito dalla penna di Camilleri. Fu la svolta - in quanto a popolarità - di una carriera comunque già solida e importante. Dall’esordio a teatro con Ronconi, all’esordio al cinema con Montalto ad oggi: film, fiction, spettacoli teatrali. E poi nastri d’argento, candidatura al David di Donatello.
E adesso il suo primo film come autore e regista “La casa degli sguardi”, dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli che abbiamo visto in anteprima a Milano (nella sale cinematografiche uscirà il 10 aprile). Lei sta girando l’Italia per promuoverlo.
“Ieri ero a Bologna, oggi in tre città delle Marche. Quando incontro il pubblico, io mi stupisco: la gente si ricorda ancora di me come il commissario Montalbano. E non è scontato, considerando che dal 2020 sono passato a fare altre cose. Non è affatto scontato, lo ripeto, mi fa piacere. Lo ricordo con grande nostalgia Salvo. Ora però penso solo al mio film”.
Il protagonista, un intenso Gianmarco Franchini, è Marco e ha 20 anni. È afflitto dal male di vivere, scrive poesie. La mamma che le recitava insieme a lui da piccolo non c’è più.
“È uno di quei ragazzi, come ce ne sono tantissimi oggi, che si devono adeguare a un cambiamento del mondo che non è mai stato così veloce”.
E ci si può perdere.
“Ci vuole una grande stabilità, perché vivere oggi è come costruire su un terreno che frana. Noi veniamo da un mondo diverso, abbiamo avuto il tempo per fare in modo che le nostre radici prendessero”.
Marco beve per scappare dal dolore, ma soprattutto da se stesso.
“Ha una grande sensibilità: qualunque cosa succeda gli risuona dentro con esagerata importanza. Per vivere si deve anestetizzare”.
Lui si allontana da tutti. E ha quel padre, forse poco espansivo, che però sceglie di “stare”: l’atto d’amore più puro.
“Il padre è come se dicesse al figlio: io sono un uomo semplice, non ho gli strumenti per mettere mano al tuo disagio, però sappi che sono qui. Mi alzo la mattina e vado a lavorare, ti educo attraverso il mio esempio. Ti preparo il caffè, ti lascio la fettina panata da scaldare. Ti faccio sentire che ci sono”.
A un certo punto Marco, grazie all’aiuto di un amico di famiglia - esortato dal padre - andrà a lavorare nella cooperativa di pulizie al Bambin Gesù.
“Lui, terrorizzato dal dolore si rimette in piedi facendo un’esperienza nel posto che è il centro del mondo del dolore. Conoscerà anche l’amicizia dei colleghi e l’importanza del lavoro”.
Il lavoro che “ci radica e ci identifica”...
“Noi siamo anche il lavoro che facciamo. Diciamo: io sono un attore, sono un idraulico, sono un medico. Ecco perché è devastante la mancanza o la perdita di lavoro. Si perde parte di identità”.
Il titolo del film è appunto “La casa degli sguardi”: quali sono gli sguardi che lei nella sua vita di ragazzo ha amato e quali quelli che ha temuto?
“Gli sguardi che ho temuto? Quelli dei professori di matematica (scoppia a ridere, ndr). Quelli che ho adorato sono quelli dei miei genitori”.
Com’erano?
“Mio padre somiglia al padre nel film. Era un funzionario dell’Inail. Mia madre invece era una “matta”, piena di vita. Diceva: “Stasera andiamo al Teatro Tenda a vedere uno che canta e che si traveste”. Era Renato Zero. Ci portava al cinema, alle manifestazioni, a me e ai miei fratelli (Angela e Nicola, politico di lungo corso, ndr)».
Lei che figlio è stato?
“Molto irrequieto, sempre alla ricerca di qualcosa. Ho una grande fortuna che mi salva la vita: sono molto curioso. Mia moglie (l’attrice Luisa Ranieri, ndr) qualche volta si lamenta perché mi fermo a parlare con tutti. Alla fine sono più io che mi interesso delle persone, che loro di me”.
Con sua moglie vi siete conosciuti sul set di “Cefalonia“. Siete insieme dal 2004 e vi siete sposati nel 2012. Cosa le ha detto del suo film?
“Lo ha visto in una saletta privata. Volevo il suo giudizio, noi ci diciamo molto la verità, nel nostro ambiente nessuno ti dice la verità. Mi ha abbracciato e mi ha detto: “Bravo””.
Dal vostro matrimonio sono nate Emma (nel 2011) e Bianca, (2015). Che padre si sente di essere?
“Non lo so proprio. Io cerco di esserci innanzitutto. Faccio capire loro che sono importanti per me e per loro stesse”.
E con i social come la mettiamo?
“Mi preoccupano. Mia figlia più piccola non ha il telefonino, l’altra più grande sì. Come tutti gli strumenti possono essere utili, divertenti ma anche pericolosi. Chiacchierando le rendiamo partecipi dei rischi: occhio, non fate cazzate, eh!”.