
Paolo Kessisoglu con la figlia Lunita sul palco di Sanremo 2025
Mica facile capirsi. Figurarsi fra genitori e figli adolescenti. Un trionfo di silenzi, incomprensioni, porte sbattute. Temi complicati. A cui da tempo Paolo Kessisoglu dedica un’attenzione speciale. Prima attraverso l’associazione “C’è da fare” che indaga il disagio giovanile (per approfondire: domani alle 18.30 al Libraccio Romolo la presentazione milanese del libro “Adolescenza 3.0” di Ferrari/Marchesini). Poi incidendo per Sony una canzone con la figlia Lunita: “Paura di me”, passata pure a Sanremo. Con parecchia emozione.
Come nasce la vostra canzone?
Paolo Kessisoglu: “Dalla vita di tutti i giorni. Dall’esigenza di scrivere, di sviscerare nero su bianco un dialogo che fosse in qualche modo anche un percorso terapeutico. Di cura”.
Lunita: “E così è stato. Perché siamo riusciti a dirci cose che non avevamo avuto il coraggio di affrontare. O che non sapevamo nemmeno di volerci dire”.
Ci sarà un seguito?
PK: “Credo che se vorrà proseguire su questa strada, Lunita continuerà con due gambe, non quattro. Preferirei che la mia presenza non diventasse troppo invadente. E lei sicuramente ha molte altre cose da raccontare, che vanno oltre il rapporto con i genitori”.
Lu: “Sì la musica è da tempo gran parte della mia vita, non a caso ho cominciato prestissimo con il pianoforte. La considero la mia migliore amica”.
Che musica le piacerebbe fare?
Lu: “Ascolto molto jazz, da Ella Fitzgerald a Etta James. Anche se il mio genere preferito è il rap, che per qualcuno significa rhymes and poetry ed effettivamente le rime di alcuni rapper sono pura poesia. Però da musicista il mio strumento è la voce. Vorrei quindi cantare, magari accompagnandomi con il pianoforte. Scrivendo io i miei pezzi. Ho tante cose da dire”.
Com’è stata l’esperienza sanremese?
PK: “Anche se quel palco lo conoscevo già piuttosto bene, devo dire che per la prima volta me la sono fatta sotto per due... È stata una scoperta, anche piuttosto faticosa, perché abbiamo vissuto l’intera giornata cantando tardi, all’una di notte. Comunque molto emozionante, rifarei tutto”.
Lu: “Mi tremava ogni parte del corpo, perfino gli occhiali. Mi ha ricordato quando mi sono lanciata col paracadute a giugno, sempre con mio padre. Ma è come farlo bendati, senza sapere bene dove stai andando se non quando sei già fuori, in mezzo alle cose. Però la ricordo come un’ansia positiva, sana, effervescente”.
Come sono quindi questi ragazzi, dai rispettivi punti di vista?
PK: “Io vedo molta sofferenza, di fronte a un contesto cambiato molto nel tempo: dalla società ai mezzi di informazioni, dal bombardamento mediatico ai nuovi genitori. È un tema a cui mi sono avvicinato piano piano, prima scoprendo un mondo dove le cose succedono spinte dagli ideali, non dai soldi. E poi con il Covid indagando maggiormente i problemi degli adolescenti. Alla fine è un modo per cercare di intervenire positivamente sul nostro futuro”.
Lu: “Da parte mia osservo un disagio diffuso che va dai disturbi alimentari a quelli della personalità, come le forme borderline o narcisistiche. Altri atteggiamenti mettono in mostra campanelli d’allarme che se non risolti si trasformano in grumi profondi, su cui è più difficile intervenire”.
C’è invece un miglioramento sui temi lgbtqia+?
Lu: “Nella società si sta interiorizzando il fatto che esistano ragazzi gay e ragazze lesbiche. Cosa comunque non scontata quando ci si muove nella piccola provincia. A parte questo, credo che altri temi della comunità lgbtqia+ come la transessualità o il genere fluido risultino ancora difficili da capire, specie nel confronto con gli adulti”.
Lei Paolo che ragazzo è stato?
PK: “Complicato. Facevo fatica con la scuola, avevo le mie belle difficoltà, forse non amavo troppo nemmeno il percorso di studi che avevo intrapreso. Poi però sono arrivate la musica e la recitazione. E lì è cambiato tutto. Perché le arti mi hanno appassionato e fatto sentire bene. Un aiuto straordinario”.
Un consiglio, da genitore e da figlia?
PK: “Non mi sento su nessun pulpito. Dalla mia esperienza però la cosa più difficile è fidarsi dei propri figli. Non giudicare. Perché ti viene naturale proteggerli in tutti i modi: non sempre aiuta. Ho capito che devono cadere e rialzarsi da soli. E val la pena verbalizzare la cosa: ’mi fido di te’ è una frase che entra nel sangue”.
Lu: “A me viene da consigliare di non avere paura di essere un peso. Anche se è un problema che va oltre i ragazzi, oltre una specifica età. Bisogna provare a parlare, ad aprirsi. Perché a volte si evita pensando di proteggere gli altri dalle proprie preoccupazioni ma in realtà sono i silenzi a logorare. E nel tempo creano molti più danni”.