
Le “veltlinerin”, donne migranti in Svizzera
Sondrio, 24 novembre 2019 - «“Italiani morti di fame” , mi rimproverò la padrona urlando quando scoprì che avevo cercato di mangiare una mela senza chiedere il permesso». Sono passati oltre 70 anni da quando, solamente 18enne, Irene Mondora lasciò la sua piccola Berbenno in Valtellina per Berna eppure, i ricordi riemergono nitidi. Specie quelli più amari. Siamo nel secondo dopoguerra e la vicina Svizzera appare come una terra ricca di opportunità per quelle che bonariamente chiamano alla tedesca “veltlinerin”. In realtà, le aspiranti lavoratrici valtellinesi, spesso dovettero fare i conti con una nazione non sempre disposta a un’accoglienza paritaria. «Le difficoltà erano molte a cominciare dal mio primo viaggio in treno per raggiungere Berna nel 1947 – racconta Irene –. Arrivai alla frontiera da Chiasso insieme a una cinquantina di ragazze, tutte stanche e affamate. Ci condussero in uno stanzone e ci fecero spogliare per la visita medica: fu una terribile umiliazione».
Varcato il confine , le giovani valtellinesi trovavano impiego perlopiù come domestiche, operaie o cameriere e, seppur manodopera a basso costo, erano ricercate per la loro dedizione e serietà. «Prima lavorai come cameriera in case private e guadagnavo 50 franchi al mese, poi come aiutante in una pasticceria e stiratrice per 100 franchi che inviavo alla mia famiglia». E, di quell’esperienza, ricorda ancora i sapori. «Verze, cavoli, rösti: il cibo era temendo. Avevo sempre fame e in pasticceria non mi era concesso nemmeno toccare le briciole dei biscotti rotti». Quella di Irene è solo una, probabilmente la più tormentata, delle 11 testimonianze raccolte in “Ero una veltlinerin. Storie di donne migranti in Svizzera”, il quinto lavoro di ricerca sul filo della memoria realizzato dall’associazione “Argonaute” il cui dvd è stato presentato ieri a Sondrio.
Ogni racconto è un turbinio di sentimenti contrastanti: dalla paura per le visite mediche, ai timori del viaggio, passando dalla frustrazione di non conoscere la lingua fino alla conquista dell’autonomia del riscatto. Soddisfazioni, quest’ultime, che sembrano avere provato in molte. «Ho cominciato in fabbrica ma poi sono passata al servizio di alcuni importanti hotel e ai bagni termali di S. Moritz – racconta Dora Gobbi, nata a Delebio nel 1935 –. Per molte stagioni ho servito anche l’avvocato Agnelli e la famiglia Casiraghi: ci davano tanto da fare ma erano tutti generosi con le mance». «Io lasciai Poggiridenti nel 1948 per evadere dalla campagna – il ricordo di Celestina Mottolini, classe ’31 –. Iniziai a lavorare a Coira poi a Lucerna in una casa di cura. Dopo aver imparato il tedesco, fui orgogliosa di passare dalla stireria alla sala».