ROSELLA FORMENTI
Cronaca

Biodiversità a rischio: Insubria brilla su Nature

Varese, anche i docenti dell’ateneo nella ricerca pubblicata sulla rivista. L’indagine internazionale ha analizzato l’impatto dell’uomo sulle specie vegetali

Al centro il docente dell’Insubria Michele Dalle Fratte con due ricercatori

Al centro il docente dell’Insubria Michele Dalle Fratte con due ricercatori

Varese – Anche l’Università dell’Insubria ha preso parte allo studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature che riguarda l’impatto della presenza umana sulla biodiversità vegetale. Fino a quattro specie di piante su cinque risultano assenti dai loro habitat naturali nelle aree a maggiore impronta ecologica umana. È questo uno dei dati più allarmanti emersi dalla ricerca DarkDivNet. Frutto della collaborazione di oltre 250 scienziati in tutto il mondo, ha coinvolto anche 15 ricercatori italiani provenienti da 9 università, tra cui i docenti dell’Università dell’Insubria Michele Dalle Fratte e Bruno Cerabolini. Lo studio ha analizzato quasi 5.500 siti distribuiti in 119 regioni del pianeta. Oltre al censimento delle specie vegetali presenti, i ricercatori hanno identificato anche le cosiddette specie idonee assenti, cioè le piante autoctone che in base alle caratteristiche ecologiche dei luoghi dovrebbero esserci, ma di fatto non ci sono.

L’analisi mostra che nelle aree naturali protette gli ecosistemi ospitano in media oltre un terzo delle specie potenzialmente presenti. Al contrario, nei territori a maggiore impronta antropica, a causa di urbanizzazione, agricoltura intensiva, inquinamento o deforestazione, il numero di specie assenti è molto elevato: in alcuni casi, rimane solo una pianta idonea su cinque. Fino ad oggi la biodiversità veniva misurata contando le specie presenti mentre l’introduzione del concetto di diversità oscura colma un’importante lacuna, offrendo una fotografia più completa degli ecosistemi e del loro degrado.

Inoltre lo studio rivela che l’influenza dell’impatto umano si estende ben oltre le aree modificate, arrivando a centinaia di chilometri di distanza e interessando anche riserve naturali. Tuttavia questa influenza negativa si riduce sensibilmente quando almeno un terzo del territorio circostante resta intatto o ben protetto, rafforzando l’obiettivo globale di conservare almeno il 30% delle terre emerse. "Lo studio conferma che le nostre attività influenzano negativamente la biodiversità. È quindi necessario supportare al massimo le politiche volte a tutelarla, a livello locale e globale. In particolare, è fondamentale che continuiamo la strada intrapresa, aumentando il numero e la superficie delle aree rigorosamente protette, ossia di aree in cui i processi naturali sono liberi di manifestarsi, a tutela della biodiversità presente e futura", dichiara il professor Alessandro Chiarucci dell’Università di Bologna, membro del Comitato Scientifico di DarkDivNet.