
Analisi in laboratorio (foto di repertorio)
Milano – Oltre novemila plastiche identificate in 38 laghi selezionati su scala mondiale per tipologia, morfologia e orogenesi, hanno evidenziato un fenomeno che assume oggi, contorni sempre più preoccupanti per l’ecosistema e il futuro delle attività umane. I bacini d’acqua italiani sono fra i più inquinati al mondo: sul podio spiccano il lago di Lugano e il Maggiore, seguiti solo al terzo posto dallo statunitense Tahoe, e la causa sarebbe da attribuire sia all’antropizzazione dei bacini idrici sia all’estensione degli specchi lacustri. È quanto emerso dalla ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature col titolo “Plastic debris in lakes and reservoirs” e condotta dalla giovane ricercatrice Veronica Nava, assegnista del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca, sotto la supervisione della professoressa Barbara Leoni.
L’obiettivo dello studio era riuscire a uniformare i dati relativi all’inquinamento delle acque dolci, meno noti rispetto a quelli che riguardano mari e oceani, e creare una nuova letteratura scientifica a riguardo, da prendere come riferimento per gli studi a venire. Il progetto, iniziato ne 2019, anche per queste ragioni non ha avuto vita facile e ha preso piede sotto l’egida della comunità internazionale, la quale ha comunque visto di buon occhio la volontà di omologare la casistica.
Grazie ad un gruppo di 79 scienziati appartenenti al network internazionale Global Lake Ecological Observatory Network (GLEON), attivo nella ricerca scientifica su scala globale su processi e fenomeni che avvengono negli ambienti di acqua dolce, è stato possibile prelevare campioni di acqua superficiale per un totale di 140 metri cubi, usando dei retini da plancton, da 38 laghi collocati in 23 diversi Paesi, distribuiti in 6 continenti, rappresentativi di diverse condizioni ambientali. "Una volta in possesso delle provette abbiamo impiegato un protocollo standardizzato: valutare solo le acque con contaminazione da microplastiche superiori a 250 micrometri di dimensione" spiega Veronica Nava.
I campioni prelevati sono stati analizzati grazie alla strumentazione tecnologicamente avanzata messa a disposizione dalla rete interdipartimentale di spettroscopie di ateneo e messi sotto la lente d’ingrandimento della micro-spettroscopia Raman (Spettrometro Raman Horiba Jobin Yvon LabRAM HR Evolution). Una macchina all’avanguardia presente nel laboratorio guidato dalla professoressa Maria Luce Frezzotti, che con estrema accuratezza è stata in grado di confermare la composizione polimerica delle microplastiche, evidenziando la presenza specialmente di poliestere, polipropilene e polietilene in quei laghi che rappresentano la principale fonte d’acqua potabile per le popolazioni locali. Ambienti che possono essere considerati delle vere e proprie sentinelle d’inquinamento, con una concentrazione di microplastiche maggiori di quelle riscontrate nelle aree oceaniche, nelle cosiddette isole di plastica. Per non parlare degli effetti nocivi sugli organismi acquatici e dei gas serra sprigionati dal materiale presente sulle superfici dei sistemi acquatici.
Ma non è finita qui. La ricerca racconta con obiettività che nessun paese è escluso dall’ineluttabile contaminazione. "Questi risultati – conclude Barbara Leoni – dimostrano la portata globale dell’inquinamento da plastica: nessun lago, neppure quelli più lontani dalle attività antropiche, può essere considerato realmente al sicuro: questo deve spingerci a rivedere le strategie di riduzione dell’inquinamento e i processi di gestione dei rifiuti".